La “annessione della Cisgiordania”. I “nuovi insediamenti illegali nella West Bank”. Le “politiche israeliane nei territori occupati in violazione del diritto internazionale”.
Questi ritornelli, quotidianamente e ovunque ripetuti come verità inconfutabili, denunciano in modo esemplare che cosa sia e come funzioni il cosiddetto doppio standard di giudizio quando di mezzo c’è Israele. Non esiste nessuna occupazione, né tantomeno illegale, in Giudea e Samaria, vale a dire la regione impropriamente denominata Cisgiordania o, appunto, West Bank. Perché “occupazione” suppone che la terra occupata sia altrui, ma nel caso della Cisgiordania non è altrui: è tutt’al più terra disputata, ma altrui proprio no. Idem per la presunta illegalità della presunta occupazione, la quale suppone l’esistenza di una norma che ne sanziona l’illegalità. Una norma: non una raccomandazione dell’Onu, non un parere di qualche Corte internazionale, non un rapporto di qualche stralunato “special rapporteur” sedicente avvocato. Una norma: e questa norma non c’è.
C’è invece un pregiudizio a dare fondamento a quei ritornelli e a giustificare l’inesausta propaganda circa la cosiddetta “occupazione della West Bank”. Un pregiudizio di stampo etnico-razzial-religioso: e cioè l’idea, di cui si desidera la traduzione in pratica, che la legalità e la giustizia in quella regione risiedano nella prevenzione ed eliminazione della presenza ebraica. Grattata la superficie di tutte le bugie e le inesattezze in argomento, sotto sotto (e neppure troppo) preme esattamente e soltanto quel pregiudizio: in Giudea e Samaria non devono esserci ebrei, e se ci sono la loro presenza è “illegale”. Perché? Perché sono ebrei. È curioso che a un Paese, Israele, in cui abitano due milioni di arabi, si imputino politiche di esclusione e discriminazione etnico-razziali. Ed è incredibile che lo si faccia mentre non solo la presenza ebraica è pressoché annichilita in ogni Stato circostante, ma la si vorrebbe spazzare via anche da lì, in Giudea e Samaria e fin dentro Gerusalemme.
Nei giorni scorsi abbiamo avuto la riprova formale di come la parte palestinese intenda “autodeterminarsi”. Con una Costituzione che formalizza una sconfinata teocrazia islamica. Una Costituzione innervata di legislazione fondata sulla Sharia. Una Costituzione che tutela gli statuti religiosi e i luoghi di culto con esclusione di quelli ebraici (nella propria dichiarazione di indipendenza, Israele scrisse che “preserverà i luoghi santi di tutte le religioni”). Una Costituzione che garantisce il “diritto” al ritorno in Israele dei cosiddetti rifugiati palestinesi (vale a dire la distruzione dello Stato di Israele). Ma curiosamente – di nuovo – la cosa non ha suscitato perplessità. E mentre il progetto di qualche condominio di giudei in Giudea è definito “annessione”, fila liscio e non preoccupa nessuno il disegno di un altro Stato islamico che non tutela la presenza ebraica e impianta il sistema previdenziale che remunera il “martirio” a suon di vitalizi per le famiglie. È, quest’ultima, un’altra delle delizie costituzionali approntate dai compilatori della “carta fondamentale” di Palestina, e rappresenta molto bene quali premesse orientino le ambizioni di futuro delle dirigenze palestinesi: non la radicazione di una propria entità statuale, ma l’eradicazione di quella altrui tramite una lotta continua.
Nel 1948, Israele si rivolge “ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato”. Sin dalla fondazione Israele assicura che la presenza araba sarà protetta “sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti”. C’è come la sensazione che la controparte palestinese intenda costituirsi in un’entità statale governata secondo princìpi diversi. Quelli di una Costituzione in cui gli ebrei non sono nemmeno nominati.
