Come la Cina mina la libertà accademica nel mondo: il caso Drew Pavlou

Drew Pavlou ha solo 21 anni ma conosce già bene il prezzo della battaglia per la difesa della libertà dei suoi coetanei in Tibet, nello Xinjiang e a Hong Kong.

Studente australiano che vanta una media altissima e l’assegnazione di diversi premi accademici, Drew da un anno sta affrontando un’aspra lotta contro le interferenze di Pechino nella sua università, l’Università del Queensland, che ha sede a Brisbane e contro la quale ha appena iniziato un’azione legale.

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Tutto comincia l’anno scorso, quando lo studente decide di organizzare un sit-in nel campus universitario per denunciare l’atteggiamento repressivo della Cina nei confronti delle minoranze e dei cittadini di Hong Kong. Chiaramente, questa protesta non piace a Pechino, con cui l’università ha stretti legami di collaborazione ospitando anche un Istituto Confucio, ente per la promozione della lingua e cultura cinese nel mondo, rinomato per la sua capacità di esercitare soft power sull’Occidente. Il direttivo della Queensland ha sempre dichiarato di non avere nulla contro l’attivismo di Drew, eppure, da quel momento, comincia ad esserne ossessionato a tal punto da avviare nei suoi confronti un procedimento disciplinare per motivi giudicati da molti assurdi e infondati, che gli comporta la sospensione per due anni dal suo corso di studio.

Quella che per Drew era una battaglia per la difesa dei diritti fondamentali delle minoranze cinesi, diventa improvvisamente una più ampia lotta per affermare la sua libertà di espressione, per proteggere la libertà accademica della sua università, nonché un monito per tutti i Paesi liberi sui rischi che le relazioni commerciali con la Cina, persino in ambito accademico, possano comportare sui sistemi democratici e sui principi dello Stato di diritto.

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Le accuse sulle influenze di Pechino sollevate in quest’ultimo anno all’Università del Queensland sono arrivate da diversi fronti. Sono persino state oggetto di un intervento del senatore James Paterson in Parlamento, in cui sono stati svelati alcuni dettagli sugli incentivi salariali del vice-rettore dell’Università, il professor Peter Høj. Questi fino al 2018 occupava un ruolo di consulente pro bono per la Hanban, l’organizzazione del governo cinese responsabile degli Istituti Confucio in tutto il mondo, e avrebbe ricevuto un importante bonus salariale dalla Queensland in gran parte proprio per aver intensificato i legami con la Cina.

Tuttavia, la Queensland non è l’unica università a destare preoccupazione in Australia. Mentre moltissime università nel mondo hanno accolto gli Istituti Confucio senza porsi dubbi sui possibili rischi di interferenza, in Australia le critiche circa le influenze e la censura su alcuni temi sensibili per la Cina hanno spinto il governo federale ad intensificare i controlli su tali strutture. Inoltre, di recente, sia l’Università del Queensland che quella di Melbourne hanno rinegoziato il loro contratto con gli Istituti Confucio chiarendo il principio di autonomia dell’università e della libertà accademica e intellettuale, anche in termini di ricerca e di insegnamento e eliminando la sezione secondo cui l’università deve prendere sempre in considerazione qualsiasi valutazione dell’Istituto sulla qualità dell’insegnamento.

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A quanto pare però questi sforzi per proteggere la libertà accademica non sono serviti a calmare gli animi dei tanti studenti australiani che in questi giorni stanno avviando diverse petizioni per chiedere alle loro università di chiudere gli Istituti Confucio.

In risposta a tali preoccupazioni, l’Università del Queensland ha dedicato una pagina pubblica sul suo sito web in cui ribadisce la trasparenza della sua collaborazione con la Cina e nella quale si legge che l’anno scorso l’Università ha registrato l’iscrizione di quasi 9.000 studenti cinesi, le cui tasse hanno rappresentato circa il 20% delle entrate complessive dell’Università.

Sicuramente un’allettante opportunità economica di cui la Cina è pienamente consapevole e che sa bene come utilizzare. Non si è fatta attendere, infatti, la sua reazione. Più volte il Global Times, testata ufficiale del Partito Comunista Cinese, ha definito le denunce di Drew Pavlou come atti di razzismo contro la comunità cinese all’estero, affermazioni che continuano a costare allo studente minacce di morte e atti di bullismo. Contestualmente, a pochi giorni dall’avviso emesso dal Ministero della Cultura e del Turismo cinese in cui si sconsigliavano viaggi in Australia per rischi di attacchi razzisti, Il Ministero cinese dell’Istruzione ha lanciato un avvertimento ai suoi studenti invitandoli a riconsiderare i viaggi di studi o i trasferimenti in Australia.

Il ricatto dopotutto è l’arma più potente del regime cinese. L’abbiamo potuto osservare di recente nel contesto delle manifestazioni di Hong Kong: dalle intromissioni nella compagnia aerea Cathay Pacific a quelle nella Banca Bnp Paribas, le quali hanno subito pressioni per licenziare alcuni dei loro dipendenti colpevoli solo di essere scesi in piazza per sostenere i propri diritti.

Il Partito Comunista Cinese ha dimostrato di avere il potere di alterare le politiche degli enti con cui è in affari, e le università, culle del pensiero libero, fanno parte di questi. Stringere quel tipo di relazioni con la Cina significa anche accettare il ricatto economico e piegarsi al suo volere, spesso cedendo fino al punto di far diventare argomenti, quali la violazione dei diritti delle minoranze, tabù.



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