Nonostante le dichiarazioni positive dei funzionari iraniani e americani a Ginevra, la tensione tra Teheran e Washington non si è mai abbassata. Un’ambiguità rispecchiata anche dalle parole di Donald Trump, che ieri ha ribadito di “non aver ancora preso una decisione”. “Voglio raggiungere un accordo” – ha affermato il tycoon – ma ha anche aggiunto che ricorrere alla forza “a volte è necessario”.
Gli Stati Uniti, infatti, hanno continuato ad aumentare le loro forze aeree e navali per tutto il Medio Oriente, consolidando l’assedio alla Repubblica islamica. E l’arrivo della portaerei Gerald Ford al largo di Haifa è apparso come l’ultimo tassello di un mosaico che Donald Trump ha iniziato a realizzare dall’inizio di gennaio, da quando le proteste contro il regime hanno investito le città iraniane provocando la dura repressione degli ayatollah. La Casa Bianca non ha ufficialmente mai rinunciato alla via diplomatica.
Ieri Trump ha spiegato di essere in attesa di nuovi colloqui e, a tal proposito, è stato annunciato l’imminente viaggio del segretario di Stato, Marco Rubio, in Israele per discutere proprio di Iran, Gaza e Libano. E la visita del capo della diplomazia americana nello Stato ebraico, il Paese più coinvolto da questa escalation contro Teheran, può essere letto come l’indizio di una fi nestra di dialogo. Ma ieri, dagli Usa, sono arrivate indicazioni anche di altro avviso. L’ammiraglio Brad Cooper, vertice di Centcom, il comando Usa che si occupa del Medio Oriente, ha informato Trump di tutte le opzioni per un attacco all’Iran (prima volta da dicembre).
Il Dipartimento di Stato ha deciso di evacuare il personale non essenziale dell’ambasciata a Gerusalemme, con l’ambasciatore Mike Huckabee che ha detto ai suoi funzionari che avrebbero dovuto lasciare Israele in poche ore. Una scelta identica era stata fatta pochi giorni fa per il personale dell’ambasciata a Beirut. E mentre è scattata l’allerta per i diplomatici in Israele, lo stesso è avvenuto per chi è ancora in Iran. La Cina ha consigliato ai suoi connazionali nello Stato ebraico di “rafforzare le precauzioni di sicurezza e la preparazione alle emergenze, evitando di uscire se non necessario”, e ha chiesto a chi è in Iran di abbandonare immediatamente il Paese. In Europa, il Regno Unito, come “misura precauzionale”, ha ritirato temporaneamente il personale diplomatico da Teheran.
La Farnesina ha invitato gli italiani presenti in Iran a lasciare il Paese, esortando alla cautela anche coloro che risiedono in Israele. Allo stesso modo, il ministero degli Esteri francese ha raccomandato ai cittadini che si trovano nello Stato ebraico di restare vigili e di individuare dei rifugi sicuri. E mentre Hezbollah ha fatto capire che non prenderà parte al conflitto in caso di strike limitati da parte degli Stati Uniti, Kataeb Hezbollah, gruppo armato iracheno filoiraniano, ha pubblicato ieri una nota esortando i suoi combattenti a una “guerra di logoramento potenzialmente lunga”. In un’intervista al Washington Post, il vicepresidente Usa JD Vance ha promesso che non vi è “alcuna possibilità” che gli Stati Uniti rimarranno invischiati “in una guerra in Medio Oriente per anni senza una fi ne in vista”.
Ma la decisione finale di Trump si basa anche su altri elementi. Il programma nucleare iraniano, per la Casa Bianca, deve essere completamente smantellato. E ieri, Reuters ha svelato un rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica in cui è stato detto che parte dell’uranio arricchito di Teheran (quello vicino alla soglia per l’uso militare) è in un’area sotterranea del sito nucleare di Isfahan. Trump, inoltre, allineato con Benjamin Netanyahu, ha di nuovo messo nel mirino il programma missilistico degli ayatollah. Anche se su questo fronte, l’intelligence Usa ha smentito la Casa Bianca sulla possibilità che l’Iran sia in procinto di avere missili in grado di colpire il territorio americano. Parlando con l’omologo egiziano Badr Abdelatty, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha chiarito che “il successo della strada diplomatica richiede serietà e realismo da parte della controparte, nonché l’evitare qualsiasi errore di calcolo o esagerazione”. Ma le speranze di una soluzione negoziale, come chiesto anche dalle Nazioni Unite, poggiavano su un filo sempre più sottile.
