Nel settore della mobilità urbana italiana, tradizionalmente frammentato e fortemente regolato, la stabilità è una risorsa rara. Il rinnovo quinquennale della partnership tra Uber e itTaxi, avvenuto in queste ore, va letto prima di tutto in questa chiave: come il tentativo di costruire un orizzonte dai confini tracciati in un mercato che negli ultimi anni ha vissuto più spesso di conflitti che di programmazione. «La continuità», osserva Loreno Bittarelli, presidente e fondatore di itTaxi, «è diventata una leva industriale, non solo contrattuale».

I numeri dell’intesa raccontano un cambiamento strutturale della domanda. Dal 2022, tramite l’app di Uber sono state effettuate oltre 20 milioni di richieste di taxi in Italia, con una crescita dei viaggi intorno al 40% nell’ultimo anno. Ma il dato più rilevante è qualitativo: l’80% dei nuovi utenti è composto da residenti. È il segnale di un processo di “normalizzazione” del taxi digitale, che passa da servizio occasionale a infrastruttura urbana leggera, sempre più integrata nelle abitudini di mobilità quotidiana. «Quando la domanda diventa domestica», nota Bittarelli, «vuol dire che il servizio sta intercettando bisogni strutturali, non picchi temporanei».

Dal punto di vista dell’offerta, l’accordo ha inciso su una variabile chiave per la produttività: l’utilizzo del capitale lavoro. La riduzione dei tempi morti consente di aumentare il numero di corse a parità di ore lavorate, con effetti diretti sui ricavi individuali e sull’efficienza complessiva del sistema. «Non si tratta di lavorare di più», chiarisce Bittarelli, «ma di lavorare meglio». Insomma, un classico caso di aumento della produttività totale dei fattori ottenuto attraverso l’innovazione organizzativa e digitale, più che tramite investimenti fisici o ampliamenti dell’offerta di licenze. La crescita parallela di itTaxi rafforza questa lettura. I download dell’app sono più che raddoppiati negli ultimi tre anni, segnalando che la presenza di una piattaforma globale non ha eroso il network nazionale, ma ne ha ampliato il mercato potenziale. «Il punto», osserva Bittarelli, «non è chi controlla l’interfaccia, ma chi garantisce il servizio».

In un contesto di economie di rete, la cooperazione tra attori con ruoli differenti può risultare più efficiente della competizione frontale, soprattutto nei settori regolati. Anche il tema della stabilità economica emerge con forza. La commissione applicata sulle corse taxi è rimasta invariata nel tempo, favorendo l’adesione di oltre 6.000 vetture in circa 50 comuni italiani. In un settore esposto a frequenti incertezze normative e contenziosi, la prevedibilità delle condizioni riduce il rischio percepito dagli operatori e incoraggia comportamenti di lungo periodo. «Le regole chiare», è il sottotesto, «abbassano il costo dell’incertezza e rendono possibile una pianificazione industriale».
Il rinnovo quinquennale consente infine di collocare l’esperienza italiana in un orizzonte europeo più ampio, dove l’integrazione tra taxi e piattaforme sta diventando una componente strutturale della mobilità urbana. «La tecnologia non è il fine», conclude Bittarelli, «ma lo strumento per rendere il servizio sostenibile nel tempo».

L’esperienza itTaxi-Uber indica che anche nei settori più regolati l’innovazione non passa necessariamente dalla rottura degli equilibri esistenti. Può, al contrario, nascere da accordi che rendono più efficiente ciò che già c’è, senza mettere in discussione il perimetro del servizio pubblico locale. In un Paese come l’Italia, dove la modernizzazione dei servizi urbani procede spesso per strappi, questo modello cooperativo suggerisce una lezione più ampia: la tecnologia, quando è governata, non sostituisce il lavoro né il mercato, ma ne migliora il funzionamento. Ed è forse da qui che può ripartire una politica industriale credibile per la mobilità delle città.

Tamara Esposto

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