Dalla capacità di attrarre capitali alla gestione del rischio, fino alla tenuta del modello europeo nel confronto con altre economie avanzate, il tema della corporate governance attraversa oggi tutte le principali scelte industriali. Ne parliamo con Stefano Firpo, Direttore Generale di Assonime, per comprendere come sta evolvendo il rapporto tra imprese, mercati e regolazione.
Nel dibattito europeo sulla competitività, anche dopo le recenti riflessioni di Mario Draghi, la concorrenza globale è tornata centrale. Come incide oggi sulle scelte delle imprese italiane?
«Le imprese, fra cui quelle italiane, chiedono più spazi per crescere e consolidarsi nel mercato unico soprattutto in settori in cui fino ad oggi un’applicazione particolarmente stringente delle regole antitrust ha spesso impedito operazioni transfrontaliere. Questo approccio ha condannato talvolta i player europei ad un sottodimensionamento che non aiuta a sostenere gli investimenti in innovazione, digitale e nuove tecnologie che sempre più richiedono considerevoli economie di scala in settori come telecomunicazioni, finanza, energia e digitale».
Sostenibilità e innovazione digitale sono ormai fattori decisivi, in che modo la sfida tecnologica sta ridefinendo le priorità delle imprese?
«Sono trasformazioni ineludibili da cui dipende non solo la competitività ma direi l’esistenza stessa di molte, se non di tutte le imprese. Il tessuto produttivo italiano sta cogliendo queste sfide, ma occorre accelerare. L’impulso alla trasformazione deve arrivare dall’alto, dai capi azienda e dai board, diversamente le opportunità più trasformative rischiano di non essere colte e di non diventare parte integrante dell’intera cultura aziendale».
La corporate governance incide sempre più su strategia e accesso al capitale, quali aspetti pesano oggi di più per investitori e PMI?
«La buona governance è sempre più importante, non solo per le società quotate, che in Italia hanno raggiunto standard di ottimo livello ma direi soprattutto per il mondo delle non quotate che ha sempre più rapporti articolati con il mercato, con il sistema bancario, con i fondi di investimento, con clienti e la catena di fornitura. Non a caso come Assonime assieme ad Aidaf e ad Università Bocconi stiamo promuovendo un nuovo codice di autodisciplina per la governance delle imprese familiari non quotate. Pensiamo possa essere uno strumento estremamente utile per rafforzare un tessuto immenso di straordinarie energie imprenditoriali che può e deve crescere ancora».
La normativa europea è in continua espansione, come si conciliano qualità della regolazione e competitività?
«Stiamo assistendo a una crescente divergenza nei modelli di regolazione dell’economia fra le due sponde dell’Atlantico: da un lato un modello europeo, che tende a coinvolgere le imprese in un’alleanza funzionale con lo Stato per il perseguimento di obiettivi di policy e di interesse collettivo; dall’altro un modello statunitense, che combina deregolazione interna su tematiche ESG e forte attivismo geopolitico del governo federale a tutela degli interessi economici delle imprese americane. Nel modello europeo sembra emergere un’alleanza tra Stato e imprese, in cui queste ultime sono chiamate a condividere responsabilità e costi della stabilità del sistema economico. Negli Stati Uniti, invece, lo Stato tende a farsi promotore degli interessi delle proprie imprese, chiedendo loro un minore impegno su obiettivi di interesse collettivo. C’è da chiedersi se le imprese europee possano permettersi di restare ancorate a un modello più ‘responsabile’ se competono con imprese meno vincolate e più protette. In questa divergenza deve essere collocato il dibattito fra responsabilità e competitività».
Qual era l’obiettivo della Corporate Governance Conference 2026 di Assonime?
«I temi della nostra Conferenza cambiano ogni anno ma l’obiettivo rimane sempre lo stesso, far evolvere la governance delle imprese italiane in linea con i migliori standard internazionali, valorizzando le buone pratiche di autodisciplina e promuovendo un contesto normativo che agevoli l’accesso e la permanenza in Borsa del capitalismo italiano ed europeo contribuendo alla creazione di una autentica Capital Market Union».
