Questa volta l’aquilotto ha deciso di non spiccare il volo. Confindustria resta volontariamente fuori dalla campagna sul referendum giustizia. Scelta, secondo alcuni, dettata dalla memoria ancora viva dell’esperienza di dieci anni fa. Sul referendum costituzionale, Viale dell’astronomia e tutte le sue territoriali si mossero a fianco dell’allora premier Renzi e fu un disastro. La comunicazione risultò priva di coordinamento. Agli attacchi sui social di chi avrebbe votato no in quella occasione – gli stessi di oggi – il mondo delle imprese reagì in maniera impulsiva. “Meglio evitare. Anche per scaramanzia”. E così nel dibattito referendario, già sofisticato di suo, si aggiunge la jella.
Altri dicono che la faccenda non riguardi le imprese.
Per chi sta in fabbrica la riforma della giustizia non è prioritaria. Ammesso e non concesso che sia vero, da quando Confindustria non fa sue quelle cause etiche che, a una prima lettura, non hanno ricadute economiche immediate? La modernizzazione del Paese non passa necessariamente da una manovra finanziaria. O da una politica industriale. Che poi, nel biennio 2024-2025, sono state 200-300mila le cause (civili più penali) che hanno coinvolto le imprese. Lo scorso anno, Pnrr e Riforma Cartabia hanno portato a una riduzione dello 0,7% le pendenze civili. Poca cosa rispetto al fatto che, comunque, circa la metà di questi procedimenti finisce in proscioglimenti e assunzioni. Spese legali, stress produttivi, rischi di perdite di quote di mercato a cui le forze produttive farebbero volentieri a meno. Ocse e Banca d’Italia da tempo denunciano l’inefficienza giudiziaria come un freno strutturale alla produttività. Lentezza, errori, bias ideologici e scarsa preparazione in materie complesse come il diritto societario costano all’economia italiana oltre un punto di Pil.
Eppure dal problema Confindustria preferisce restarne fuori. L’ammiraglia dell’associazionismo d’impresa fa finta di non sentire i mal di pancia di chi rappresenta. Le piccole e medie aziende delle province, che lottano ogni giorno contro una pubblica amministrazione inerte o spesso contraria per pretesto e pregiudizio agli investimenti. È lì che nasce un altro genere di populismo. Quello degli imprenditori che, privi appunto di una loro rappresentanza, fanno di tutta l’inefficienza nazionale un qualunquistico attacco alla politica. Un’avversione a tutto ciò che è “cosa pubblica”.
Infine c’è la paura. Quando Gratteri ha detto che il Sì è il voto di mafiosi, massoni deviati e nazisti dell’Illinois, c’è chi ha messo le mani avanti. Confindustria è meglio che non c’entri. Hai visto mai che si finisca nelle liste di proscrizione di un magistrato? Come se non fosse mai accaduto. Pochi anni fa, Davigo nelle sue memorie a trent’anni da Mani pulite scriveva: “Il quadro complessivo emerso dalle indagini fornì la prova indiscutibile di un diffuso sistema di malaffare basato su un mix fra corruzione amministrativa accentrata e corruzione amministrativa decentrata, che coinvolgeva molti partiti politici e le principali imprese italiane”. Una sentenza editoriale che faceva dogma il concetto imprenditori-prenditori, diffuso prima da Travaglio e poi diventato colonna portante del grillismo. Oggi, ancora una volta, nessun bravo padre del Made in Italy si sente di abbattere quel pregiudizio. Peccato.
