Conte, da zero voti popolari al ‘salva-casta’: l’ex premier trasforma una riforma sui diritti in un derby di tifoseria

Il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte durante il punto stampa nei pressi del Senato, Roma, Giovedì 19 Febbraio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Five Star Movement president Giuseppe Conte speaks to journalists near the Senate, Rome, Thursday, February 19, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Giuseppe Conte ha trovato il suo slogan. “Non facciamoci fregare, votiamo No al referendum salva-casta”. Gigantografie nelle metropolitane, video sui social, tono da tribuno del popolo. Peccato che a pronunciare quella frase sia uno che di caste se ne intende più di chiunque altro: presidente del Consiglio per due volte, con due maggioranze opposte, senza essere mai stato eletto. Zero voti popolari, due Palazzi Chigi. Il massimo del castissimo politico.

Ma veniamo al merito, perché è lì che lo slogan crolla. La “casta” che questa riforma intende colpire ha un nome preciso: il correntismo. Quell’intreccio di appartenenze e carriere negoziate che ha trasformato il CSM in una borsa valori delle nomine. Lo certifica un dato solo: il 97% dei magistrati è iscritto all’ANM. Perché? Perché chi non appartiene a una corrente non fa carriera. Questo è il sistema-casta. Ed è quello che Conte difende.

Il punto però non è politico. È di diritto, e riguarda ogni cittadino che un giorno si troverà davanti a un giudice. Diritto fondamentale in uno Stato liberale è essere giudicati da un soggetto strutturalmente imparziale. Un giudice che per anni ha fatto il pubblico ministero, condividendo cultura accusatoria e organi di rappresentanza con chi gli siede di fronte, è davvero quella figura terza che la Costituzione promette? La risposta onesta è no. Non per malafede individuale, ma per ragioni strutturali. Boccia ha detto che questo referendum “sarà un giudizio sul governo.” Ammissione preziosa: il fronte del No ha rinunciato al merito. Ma così trasforma una riforma sui diritti in un derby di tifoseria. “Non facciamoci fregare”, dice Conte. Concordiamo. Ma la fregatura, stavolta, è nello slogan.