Convince in pieno il “Matteotti” di Funiciello

Nel panorama storiografico dedicato all’Italia del primo Novecento e al fascismo, la figura di Giacomo Matteotti è spesso ridotta alla sua tragica ed eroica fine: il rapimento e l’omicidio per mano dei sicari fascisti nel giugno 1924, divenuto il simbolo della violenza del regime e del coraggio della resistenza. Antonio Funiciello, ricercatore di Scienze politiche e colto burocrate d’area socialista, con il saggio Tempesta. La vita (e non la morte) di Giacomo Matteotti, (Rizzoli, 2024, pp. 192, € 18) compie un’operazione opposta e illuminante: spostare il fuoco dal martirio all’uomo, dal mito al politico, dalla morte alla vita.

Una frizzante biografia politica

Quel che ne viene fuori è la frizzante biografia politica di un turatiano, un socialista riformista d’avanguardia, dotato di idee e di visione. Una vera Weltanschauung, ossia proprio ciò che manca così tanto ai politici europei di oggi.

Il brutto ritratto di Gobetti

Il titolo stesso è un programma. “Tempesta” non allude solo al clima politico dell’epoca, ma al soprannome e alla personalità complessa, appassionata, a tratti burrascosa di Matteotti. Funiciello, con un lavoro di scavo archivistico meticoloso, ci restituisce un ritratto a tutto tondo, sfaccettato, per nulla agiografico. L’autore rende giustizia alla figura del grande deputato socialista-liberale, il cui profilo era stato tratteggiato in modo purtroppo impreciso anche da un altro padre della patria, Piero Gobetti:

Ha scalato il suo partito percorrendo come un razzo l’intero cursus honorum, passando in pochissimo tempo da dirigente locale a leader nazionale, da consigliere comunale a parlamentare e segretario del partito di sinistra più votato alle elezioni del 24, prima della dittatura. A nemmeno quarant’anni, europei americani leggevano di lui sui loro giornali. Girava l’Europa, parlava le lingue, aveva un network continentale ricchissimo. Sull’Avanti! recensì Keynes quando in Italia lo conoscevano quattro gatti, senza sapere che sul grande economista la pensava come il (da lui) detestato Giovanni Giolitti. È stato descritto, a partire dal ritratto sbilenco che ne tracciò Piero Gobetti, come uno straniero in casa propria, con un socialista mal voluto dei suoi compagni e “persecutore” degli stessi e, infine, come “il volontario della morte”. Niente di più falso e in queste pagine se ne darà ampio riscontro. Matteotti era un socialista, per tutta la vita turatiano, riformista e gradualista. Era amato dalla sua gente e dei suoi amici, era stimato dai suoi colleghi al punto che si lasciavano rappresentare in incarichi e ruoli diversi. (13)

Un Matteotti vero scienziato politico, ossessionato dai fatti

Funiciello ha voluto dunque mettere in luce in queste pagine il politico moderno e lo studioso: il libro ricostruisce con precisione la formazione culturale di Matteotti (la laurea in Giurisprudenza, gli studi economici e sociologici, la provenienza alto borghese, possessore di terre) e la sua attività come amministratore locale nel Polesine. Ne emerge la figura di un riformista concretissimo, ossessionato dai dati, dalla fiscalità, dalle questioni agrarie e dalla tutela dei ceti più deboli. Funiciello mostra come il suo socialismo non fosse solo oratoria, ma un progetto fondato sull’analisi scientifica e sull’amministrazione competente:

I fatti. Matteotti è letteralmente fissato con i fatti: che denunci lo squadrismo, che parli d’istruzione o di bilancio dello Stato, dei problemi delle carceri italiane o di economia, c’è sempre un torrente di fatti a sostenere e a spingere i suoi argomenti. È un tipo di politica nuovo, originale del metodo di lavoro e nell’eloquio. All’approccio deduttivo dilagante, preferisce l’induzione che genera dai fatti e si nutre di dati. (39)

Un europeista d’avanguardia

L’autore poi passa a sottolineare l’europeismo e l’antinazionalismo del deputato rodigino: un aspetto centrale è la sua dimensione europea e internazionalista. Il suo antimilitarismo e il suo pacifismo – un pacifismo non però a prescindere – la sua attenzione alle dinamiche economiche globali e la sua critica spietata alle politiche coloniali italiane lo collocano come una delle figure più moderne e cosmopolite del socialismo dell’epoca.

Non passa al giorno senza criticare la sinistra interna, ma la vuole al suo fianco, pungente e fastidiosa, boriosa e inconcludente. Perché il riformismo ha bisogno come l’aria dell’inquietudine che genera dalla perenne insoddisfazione per risultati raggiunti. In questo senso è un riformista rivoluzionario: perché il movimento riformatore dell’azione politica e, per lui, un motore immobile un atto trasformativo costante che nel momento in cui si produce proprio perché determina un cambiamento, chiamato immediatamente a reinventare se stesso. (19-20)

Via la falce e martello 37 anni prima della costruzione del Muro

Funiciello non nasconde poi i lati difficili del carattere di Matteotti: la sua intransigenza, la scortesia a volte volontaria, le insofferenze all’interno dello stesso Partito Socialista Unitario. Questo lo rende umano, lontano dall’icona levigata. La sua coraggiosa solitudine in Parlamento, dove continuava a denunciare violenze e brogli anche quando i colleghi si erano ritirati, appare ancora più significativa.

Intanto, in vista delle lezioni del 6 aprile 1924, il segretario mette mano il simbolo: via la falce e il martello dei soviet di Lenin (non 65 anni dopo la caduta del muro di Berlino, ma 37 anni prima della sua costruzione), sulla scheda elettorale splenderà un sole che sorge, con la scritta “socialismo” segnata in letto nella parte interna della circonferenza solare mentre i raggi raderanno in alto la parola “libertà”, scritta in maiuscolo con un carattere quattro o cinque volte più grande di quello usato per la parola “socialismo”. (174)

Chi lo uccise non voleva ammazzarlo

La parte dedicata all’assassinio, seppur inevitabile, è inscritta in una narrazione più ampia. Funiciello analizza la strategia politica di Matteotti dopo la Marcia su Roma, il suo tentativo di smontare pezzo per pezzo la legittimità del governo Mussolini attraverso l’esame dei verbali elettorali e la stesura del libro-denuncia “Un anno di dominazione fascista”. La sua morte non è il culmine casuale di una violenza generica, ma l’epilogo calcolato di una sfida politica che il fascismo non poteva permettere:

Cent’anni fa i suoi carnefici non volevano ammazzarlo: è l’opinione ponderata di tanti e io la condivido. Lo accoltellarono per placare la sua frenetica reazione al sequestro, frenesia che non avevano messo in conto: quel suo divincolarsi, sfasciare con un calcio il vetro divisorio tra i sedili anteriori e quelli posteriori della Lancia nera (nera pure quella), fare a pugni e lottare con ogni centimetro del suo corpo, forte di ogni residuo di energia vitale, nerboruto e cocciuto com’era, incollato alla vita fino all’ultimo degli ultimi respiri. La reazione di un combattente, certo, ma attivata d’istinto dal ricordo del suo rapimento del ’21. (35)

Il saggio è scritto con uno stile narrativo avvincente, che rende la lettura accessibile anche ai non specialisti, pur mantenendo un rigore scientifico assoluto.

Tempesta di Antonio Funiciello è dunque un libro fondamentale non solo per chi studia il periodo, ma per chiunque voglia comprendere le radici della nostra democrazia e le voci che si opposero alla sua distruzione. Smontando il monumento, Funiciello ha restituito alla storia un uomo più vero e, paradossalmente, più grande: un politico di professione, un riformista tenace, un intellettuale raffinato e un cittadino europeo ante litteram. La sua vita, finalmente raccontata nella sua interezza, appare così come un’alternativa concreta e moderna al totalitarismo, un progetto che il fascismo dovette sopprimere per affermarsi. Questo saggio ci ricorda che Matteotti non fu solo una vittima, ma un protagonista del suo tempo, e che il suo pensiero e la sua azione politica costituiscono un’eredità ancora viva e necessaria.