Cosa resterà dopo la morte: i grandi misteri, senza angoscia, nell’affascinante libro di Antonio Polito

Non è un trattato filosofico, e tuttavia interroga la filosofia. Non è un racconto, ma dentro si muove una trama di storie. Non è un’inchiesta, anche se vive della curiosità tipica del grande cronista. Non è un’autobiografia, ma ogni pagina contiene un frammento di sé: il nuovo libro di Antonio Polito, “Qualcosa di noi resterà” (Mondadori Strade Blu), è tutte queste cose insieme, e per questo è incredibilmente affascinante. Questioni enormi trattate con tono socratico, discorsivo e pregnante insieme, e ne esce un esperimento raro, perché parla della vita e della morte con lo stesso tono sobrio e ragionato con cui l’editorialista del Corriere della Sera, grande esperto di politica, spiega le magagne del governo o le ansie del centrosinistra, usando la leggerezza come metodo, così che il libro scorre via d’un fiato pur trattando di cose infinite e ardue sulle quali gli uomini si arrovellano da millenni. È un discorso difficile.

«Tutti coloro che credono nell’aldilà e anche coloro che non credono in altro che nella dissoluzione dei corpi; quelli che pensano di tornare dopo morti alla natura, o di rinascere nelle sembianze di un olmo o di un gatto; quelli che sono convinti che nell’etere, o nel cloud, come diremmo oggi, la nostra coscienza o anima che dir si voglia continuerà a vagare per l’eternità; e quelli che invece non ci sperano ma fanno affidamento sulla memoria e l’eredità morale che lasceranno dietro di sé; tutti, ma proprio tutti, sono convinti che qualcosa di noi resterà. E io con loro». Polito cammina su un crinale sottile, tra lo scetticismo della ragione e il desiderio di “qualcos’altro”, tra l’agnosticismo e l’ansia religiosa. È la condizione di chi cerca il limite, e anzi, tenta di sporgersene oltre. Lo fa da razionalista, convocando la scienza e le conoscenze di cui disponiamo come strumenti per intravedere con la modestia sospinta dalla curiosità del giornalista che cerca le notizie e che si fa Diogene munito della lanterna della cultura: il libro è infarcito di dotte e puntuali citazioni letterarie e filosofiche, nonché di testimonianze vive raccolte dall’autore.

Qui non è possibile e forse nemmeno giusto sintetizzare il volume per non togliere al lettore il gusto di inoltrarvisi, e in un certo senso di sostenere con esso un corpo a corpo individuale, perché parla di noi, di tutti noi, che non possiamo non farci certe domande, non possiamo non aver vissuto situazioni e momenti come quelli che qui vengono raccontati. Tutt’al più si possono qui ricordare alcuni frammenti del libro tra i più fascinosi e intriganti, per esempio facendo riferimento allo straordinario film di Clint Eastwood, “Hereafter”, dove il regista cercava esempi reali di vita oltre la vita, quella che gli inglesi chiamano di «premorte», o «quasi morte» (Near-Death Experience), e allora il cronista Polito va a cercare chi possa dargli qualche “notizia”. E si reca per esempio da Vittorio Emanuele Parsi, lo studioso di questioni internazionali, che qualche tempo fa ebbe un terribile infarto e che si è salvato per un pelo, e questi racconta che in quelle tragiche ore del delicatissimo intervento “vide” qualcosa, come da un pozzo profondo, anelando di uscirne – qui è commovente – sospinto in primo luogo dall’ansia di rivedere la donna amata, che in effetti, una volta sveglio, fu la prima immagine che vide. Un’esperienza analoga a quella raccontata da Carl Gustav Jung, che spiegò di aver visto, tra la vita e la morte, la Terra dallo spazio cosmico con riferimenti che non potevano essere desunti dalle conoscenze all’epoca a disposizione.

Miracoli? Come chiamarli? Polito ne cita a iosa, di casi reali “inspiegabili” o meglio “non ancora spiegati”, direbbe il razionalista. Il quale però in certi casi si deve arrendere. È quando parliamo di noi. Il libro diventa filosofico: cos’è questa speranza che ci sia qualcosa “dopo”? Cos’è quest’anima che pretenderebbe di vivere anche “dopo“? Perché vogliamo una tomba? Perché vogliamo lasciare un segno? O al contrario: perché vogliamo essere cremati (come il papà di Polito) e dunque sparire nell’aria, o nel mare? Cosa ci guida, in queste scelte? E cosa pensiamo che succederà quando moriremo – la paura non tanto di morire ma di come morire? La morte: Philippe Ariès, grande storico, ha scritto che nella nostra epoca «la morte, un tempo così presente, così familiare, si cancella e scompare, diventa oggetto di vergogna e di divieto». Precisa Polito: «La morte proibita. Che si nasconde dietro il paravento di un ospedale, in solitudine, sottratta alla vista di parenti e amici».

È il rovesciamento della morte da accogliere come un fatto di natura. Come se morire fosse diventata una colpa, l’ennesima e definitiva, in un’era di tormenti come la nostra. Qui s’intrecciano la debolezza umana con la forza della Fede, per chi ce l’ha. Sono interrogativi che non appartengono solo alla religione o alla filosofia, ma all’uomo nudo davanti al suo limite. E qui si incontrano la paura e la speranza, il mistero e il bisogno di capire. Polito li attraversa con il passo di chi non pretende risposte ma vuole interrogarsi. È un viaggio dentro il pensiero, e dentro la nostra stessa umanità. Un libro che, come pochi, ci costringe a fermarci un momento, e a guardarci dentro: con un po’ di inquietudine, sì. Però con la serenità del pensiero.