Proteste, scioperi e scontri con le forze repressive del regime si sono estesi da Teheran a decine di città in tutto l’Iran. La mobilitazione coinvolge ormai ampi settori della popolazione – commercianti, studenti, giovani – e ha assunto con chiarezza i contorni di un movimento nazionale a forte valenza politica. Nella Capitale, i commercianti del Grande Bazar di Teheran hanno aderito allo sciopero e sono scesi in piazza. In diverse aree centrali si sono verificati scontri diretti con le forze di sicurezza. Le università sono diventate uno degli epicentri della protesta: studenti e studentesse rivendicano libertà, uguaglianza e il diritto di manifestare, respingendo apertamente ogni forma di dittatura.
Cosa sta succedendo in Iran
Le manifestazioni si sono diffuse in numerose città, tra cui Mashhad, Isfahan, Shiraz, Karaj, Qazvin, Sari, Saqqez e Bandar Abbas. In molte di queste località, le forze repressive hanno fatto ricorso a cannoni ad acqua contenenti agenti chimici irritanti e, in alcuni casi, a munizioni vere. Si registrano feriti, arresti di massa e attacchi contro civili. Parallelamente, la repressione giudiziaria ha conosciuto una drammatica escalation: 108 prigionieri politici sono stati giustiziati in soli dieci giorni, in quella che appare come una deliberata strategia di terrore di Stato.
I manifestanti controllano piazze e quartieri
In alcune aree urbane, i manifestanti sono riusciti temporaneamente a controllare piazze e quartieri. Edifici e infrastrutture legate all’apparato statale e ai Guardiani della Rivoluzione sono stati presi di mira. Particolarmente grave è la situazione nella provincia di Ilam, dove città come Abdanan e Malekshahi hanno visto una partecipazione popolare di massa, il ritiro delle forze repressive da alcune zone e persino l’interruzione deliberata dell’elettricità da parte delle autorità. Accanto alla repressione sul terreno, è in corso una sistematica operazione di disinformazione. Esistono prove concrete dei tentativi del regime di deviare e sabotare la rivolta, presentandola falsamente come un movimento per la restaurazione monarchica. Agenti in borghese dei Guardiani della Rivoluzione si sarebbero infiltrati tra i manifestanti per scandire slogan pro-Pahlavi, mentre video manipolati e audio falsificati sono stati diffusi e successivamente smascherati dagli stessi cittadini iraniani.
“Morte a Khamenei”
I fatti, tuttavia, parlano chiaro. Questa rivolta non è una richiesta di ritorno al passato. È un rifiuto netto, trasversale e consapevole di ogni forma di autoritarismo. Gli slogan che risuonano nelle strade dell’Iran sono inequivocabili: “Morte al dittatore”, “Morte a Khamenei”, “Né Shah né Guida Suprema”. La signora Maryam Rajavi, Presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, ha dichiarato che, da una città all’altra, le scintille della protesta si stanno trasformando in una rivolta aperta. La voce che si leva dalle strade, dai bazar e dalle università del Paese è una sola: libertà. La comunità internazionale non può restare indifferente. Riconoscere le tattiche di repressione e disinformazione, denunciare le gravi violazioni dei diritti umani in corso e schierarsi con chiarezza al fianco del popolo iraniano non è una scelta politica, ma un dovere morale. Questo è un fuoco che non può essere spento.
