La strage di Sydney è il punto di caduta di una escalation lunga, documentata e colpevolmente sottovalutata. I numeri parlano chiaro. Secondo l’Executive Council of Australian Jewry (Ecaj), tra il 1° ottobre 2023 e il 30 settembre 2024 gli incidenti antiebraici registrati sono stati 2.062, contro i 495 dell’anno precedente: un incremento del 316%. Un dato che non descrive solo un aumento della violenza, ma una mutazione strutturale del clima sociale.
Negli ultimi mesi, il governo australiano ha collegato una parte significativa delle minacce antisemite a operazioni dirette dall’estero. Nell’agosto 2025 Mike Burgess, direttore generale dell’ASIO, l’intelligence australiana, ha dichiarato che l’Iran avrebbe diretto almeno due attacchi antisemiti sul suolo australiano tramite intermediari. La risposta di Canberra è stata netta: espulsione dell’ambasciatore iraniano e di altri funzionari, e — il 27 novembre 2025 — l’inserimento dei pasdaran (IRGC) tra le organizzazioni statuali classificate come “sponsor of terrorism”, con un ampliamento delle fattispecie penali legate a finanziamento e supporto.
Ma l’attenzione degli inquirenti non si ferma a Teheran. Fonti governative confermano che sotto la lente è finita anche l’attività dei Fratelli Musulmani, con l’ipotesi di estendere sanzioni e misure restrittive. Le indagini di tracciamento finanziario avrebbero rivelato flussi di denaro opachi e alleanze tattiche persino con gruppi di estrema destra, finalizzate a destabilizzare il quadro politico interno. Nel mirino c’è l’intero sistema di finanziamento estero alle moschee locali. Anche l’ex capo del controspionaggio italiano, Marco Mancini, intervistato dal Riformista lo scorso 19 novembre, aveva parlato dell’Australia come prossimo paese-target di operazioni che trasformano la guerra cognitiva in attentati sanguinari. Così è stato.
L’Australia sta cambiando. I dati governativi parlano di oltre 850.000 nuovi ingressi netti nei periodi di punta del post-pandemia (2022-2024). All’interno di questo flusso record, la popolazione di fede islamica cresce a un ritmo del 7,1% annuo. Il professor Mehmet Ozalp, capo del centro di studi islamici della Charles Sturt University, ha scritto nell’agosto 2024 che entro la fine del 2024 la comunità musulmana australiana avrebbe superato per la prima volta il milione di persone. Un cambiamento profondo, che ha importato dinamiche di conflitto prima estranee al continente, in un Paese dove la comunità ebraica è storicamente radicata.
A tutto questo si aggiunge una dimensione decisiva: la guerra cognitiva. Report di cybersicurezza — come riporta Adnkronos — indicano che l’attuale ondata di odio non è spontanea, ma il risultato di una campagna di “preparazione cognitiva” avviata almeno un anno prima del 7 ottobre 2023 da Hamas. L’analisi del traffico dati mostra che una quota rilevante delle interazioni ostili online è generata da reti di bot coordinate. Le nuove funzionalità di geolocalizzazione di X hanno smascherato il meccanismo: migliaia di account che dichiaravano di postare da Gaza o da zone di guerra risultavano in realtà attivi da hub tecnologici in Pakistan, Malesia o Iran. È astroturfing: consenso sintetico, artificiale, costruito a tavolino per orientare l’opinione pubblica occidentale.
Il Jewish Council for Public Affairs, nel report A home for hate, ha documentato che tra febbraio 2024 e gennaio 2025 sono stati pubblicati su X 679.584 post contenenti teorie antisemite in violazione delle policy, con 193 milioni di visualizzazioni. Le Community notes, strumento di fact-checking, sono comparse su appena l’1% dei post più letti. Il resto è rimasto lì. A fare danni. In questo quadro, le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani risuonano come un monito che va oltre i confini italiani. «C’è un tentativo di modificare la realtà» e «la disinformazione è un pericolo grave che punta a dividere la società», ha detto alla Conferenza degli Ambasciatori, sottolineando che la guerra cognitiva è stata presa troppo a lungo sottogamba.
