Da anni l’Ue subisce spionaggio e cyber attacchi, l’ex 007 Mancini: “Costruire un’intelligence unica europea”

MARCO MANCINI, EX AGENTE SERVIZI SEGRETI

Già capo del controspionaggio italiano, Marco Mancini è una delle voci più autorevoli quando si parla di intelligence, sicurezza nazionale e minacce ibride. Forte di una lunga esperienza operativa nei servizi, osserva con sguardo disincantato l’evoluzione della guerra informativa, cognitiva e cibernetica che attraversa l’Europa. In questa intervista analizza i punti deboli del sistema italiano e le sfide che attendono lo Stato nei prossimi anni.

Mancini, come commenta l’inchiesta sulla cellula italiana di Hamas?
«Eversivi, pro-Pal ed estremisti antagonisti italiani ed europei si sono uniti nella lotta armata contro Israele, ebrei e il governo italiano. Sia nel nostro Paese che in Francia, Gran Bretagna e Germania, la presenza di questi gruppi eversivi è certa. Occorre continuare l’azione di contrasto portata avanti dalle nostre forze di polizia».

Torniamo al quadro internazionale. Quanto pesa oggi la guerra ibrida per l’Italia rispetto a quella militare convenzionale?
«Da circa 10 anni l’intera Unione europea affronta il peso di una guerra ibrida. Un programma militare offensivo, clandestino e complesso basato su misinformazione, disinformazione, spionaggio, sabotaggio e cyber attacchi. Attori cardini di una consolidata metodologia sovietica riattualizzata e potenziata per destabilizzare il nostro presente. D’altra parte, la guerra convenzionale è sotto gli occhi di tutti, combattuta nell’Ucraina assediata dallo scorso febbraio 2022. Un conflitto che – pochi sanno – ha provocato molte vittime in Ucraina ma ben 1 milione e 700mila morti per il fronte russo. Un fronte composito formato da russi, afghani, nordcoreani, africani, siriani. La guerra ibrida e la guerra convenzionale, dunque, coesistono. La prima ha indotto nel cittadino la percezione di essere sottoposto a una minaccia permanente, tanto che in un recente sondaggio, oltre il 50% degli italiani si è dichiarato favorevole ad inviare armi all’Ucraina ma contrario all’invio di soldati».

Come ha chiarito più volte il ministro della Difesa Guido Crosetto, l’Italia è già un bersaglio delle strategie di destabilizzazione russe e dei loro proxy: in che modo questa consapevolezza sta cambiando il lavoro del controspionaggio?
«Sul tema, puntuale è stato il Ministro Crosetto presentando “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva”. Un documento di 119 pagine esposto al Consiglio Supremo di Difesa lo scorso 17 novembre. Condivido punto per punto quanto affermato dal Ministro e resto convinto che le sue indicazioni vadano nella giusta direzione. Auspico che l’acume politico del Ministro della Difesa si traduca anche in un’azione di ripresa e di ridefinizione del controspionaggio italiano il cui ingranaggio, appannaggio delle Agenzie di Sicurezza, stenta ancora ad attivarsi».

Dal punto di vista del controspionaggio, quali sono oggi i punti più vulnerabili del sistema italiano: infrastrutture critiche, informazione, università, reti sociali?
«Tutti i settori da lei elencati sono punti egualmente vulnerabili. Ma c’è di più. Il controspionaggio dovrebbe anche penetrare gruppi antagonisti presenti sul territorio per individuare e identificare coloro i quali commettono reati e segnalarli alla polizia giudiziaria. Al momento il controspionaggio italiano sembra però poco sensibile alla individuazione di minacce da parte di servizi nemici. Prova ne sono i famigerati casi del reclutamento russo dell’ufficiale italiano Walter Biot e del cittadino russo Artem Uss che, in stato d’arresto in Italia, ha lasciato il territorio, ricomparendo in Russia. Da ultimo, il caso Paragon ha evidenziato l’inefficacia di una vera azione della nostra intelligence».

Guardando ai prossimi anni, le minacce più serie arriveranno da Russia, Iran o dai loro proxy regionali, in particolare in Medio Oriente?
«Lo scorso 19 novembre avevo indicato al vostro quotidiano l’Australia come un possibile obiettivo dei terroristi. L’attentato del 14 dicembre ne è stata una triste conferma. Le minacce russe sono da anni attive in Europa. L’Iran continua a finanziare gli Houti, Hezbollah, Hamas. Infine, anche all’interno dell’Unione Europea sono presenti lupi solitari, pronti ad agire senza ricevere un comando specifico dalla propria centrale stragista».

La minaccia jihadista resta sullo sfondo: con l’escalation in Medio Oriente e l’antisemitismo in crescita, ci dobbiamo aspettare nuovi attentati contro obiettivi ebraici in Europa?
«Estremisti sunniti e sciiti hanno un obiettivo comune: colpire Israele. Lo hanno già fatto e io temo accadrà ancora, anche in Europa, attaccando Paesi che aiutano o sono al fianco dello Stato ebraico».

Che anno sarà il 2026 per la sicurezza in Italia, e quale dovrebbe essere oggi la priorità strategica assoluta dello Stato?
«Penso che l’Europa sia in ritardo. Occorrerebbe costituire una sorta di intelligence europea, nel rispetto del diritto penale e delle costituzioni di ogni singolo Paese, al fine di unificare le azioni difensive degli Stati membri. Oggi l’Europa non è in grado di difendersi e neppure di conoscere l’identità dei potenziali aggressori. Purtroppo l’Italia non è ancora equipaggiata per contrastare in maniera efficace la guerra cognitiva che non è altro che una forma di guerra ibrida. Da questo punto di vista siamo vulnerabili. Rendere operativa l’iniziativa politica del Ministro Crosetto in campo cyber integrandola con un performante sistema humint, storicamente la nostra cifra distintiva».