La recente vicenda del quesito referendario sulla separazione delle carriere offre uno spaccato emblematico di una questione ben più grave del tema in sé: il rischio che la magistratura, quando si costituisce in partito, comprometta non tanto la propria imparzialità sostanziale, quanto, e forse più pericolosamente, la propria apparenza di imparzialità. I fatti sono noti. Quindici giuristi, dichiaratamente schierati per il No, hanno presentato ricorso alla Corte di Cassazione chiedendo l’integrazione del quesito referendario con l’indicazione degli articoli costituzionali interessati dalla riforma. La Cassazione ha accolto il ricorso. La decisione, in astratto, può essere tecnicamente corretta – e non è questo il punto che ci interessa. Ciò che merita attenzione è quanto accaduto dopo.
Di fronte alle critiche – peraltro garbate – di Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere Penali, che ha richiamato il principio secondo cui un giudice deve non solo essere imparziale, ma anche apparire tale, l’Associazione nazionale magistrati ha replicato con toni insolitamente aspri, parlando di “incredibile inammissibilità” delle critiche rivolte alla Cassazione. Una reazione che, paradossalmente, conferma proprio il problema che si intendeva segnalare. Come ricordava già Montesquieu, il giudice deve essere “la bocca della legge”, un organo che pronuncia le parole della norma senza che la propria voce politica interferisca – o sembri interferire – con il giudizio. Questa esigenza trova consacrazione nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nel caso Piersack c. Belgio (1982), la Corte di Strasburgo ha affermato che «perché i tribunali ispirino al pubblico l’indispensabile fiducia, bisogna tener conto di considerazioni di carattere organico. Se un giudice si trova a dover trattare come magistrato giudicante un processo di cui si è già occupato nell’ambito delle sue attribuzioni, i giudicabili possono legittimamente temere che egli non offra sufficienti garanzie di imparzialità».
Ebbene, quando la sede dell’Anm – il sindacato dei magistrati che si è di fatto costituito in partito politico sul tema referendario – diventa luogo di fondazione del comitato per il No, e quando uno dei giudici chiamati a decidere sul quesito presiederà un convegno pubblicamente schierato contro il referendum, non è in discussione la buona fede o la competenza di quei magistrati. È in discussione l’apparenza di imparzialità dell’organo nel suo complesso. Non si tratta di un attacco alla magistratura, ma di un richiamo a un principio cardine dello Stato di diritto: la separazione dei poteri. Quando i giudici si organizzano in correnti che assumono connotati politici, quando il sindacato si trasforma in attore di parte nel dibattito pubblico, il rischio non è solo quello di minare la fiducia dei cittadini nella giustizia. Il rischio è che la terzietà – quella condizione di equidistanza che legittima il potere di giudicare – diventi una finzione formale dietro la quale si celano dinamiche di appartenenza e logiche correntizie.
La questione è infinitamente più seria della pur rilevante discussione sulla separazione delle carriere. Riguarda la tenuta del patto costituzionale. Un giudice che appartiene a un’organizzazione apertamente schierata su una battaglia referendaria potrà anche essere, nel suo intimo, imparziale. Ma ai cittadini – che devono poter confidare nella giustizia come arbitro neutrale – egli non apparirà mai tale. E in democrazia, come insegna la migliore tradizione liberale, l’apparenza non è un optional: è garanzia sostanziale. Che la Cassazione – supremo organo della giurisdizione ordinaria – rischi di trovarsi esposta a questo vulnus è preoccupante. Non per i giudici chiamati a decidere in quella specifica occasione, ma per l’istituzione nel suo complesso. Perché quando la giustizia cessa di apparire al di sopra delle parti, cessa di essere credibile. E una giustizia non credibile è una contraddizione in termini.
