Economia
Dalla bonifica alla ricostruzione di Gaza, Paesi e imprese disposti a partecipare
L’Onu ha stimato operazioni dal valore complessivo di 70 miliardi di euro prima di poter ricostruire in sicurezza nella Striscia: Israele avrà un ruolo decisivo. Anche società italiane pronte a mobilitarsi
Gaza resta una tragedia umanitaria. Ma è anche un dossier industriale e finanziario di scala rara, con un problema preliminare che vale più di qualsiasi rendering. Prima ancora di ricostruire bisogna rimuovere macerie, bonificare ordigni, riaprire strade, ripristinare acqua ed elettricità. Nella cornice delle stime internazionali, il numero che circola come “tagliando minimo” è quello della Interim Rapid Damage and Needs Assessment di Banca Mondiale-ONU: 53,2 miliardi di dollari di bisogni di recupero e ricostruzione su 10 anni, con circa 20 miliardi nei primi tre per servizi essenziali e infrastrutture. A questa fotografi a si affianca la stima ONU, che porta la ricostruzione in sicurezza attorno ai 70 miliardi. È qui che la geopolitica incontra la contabilità. Perché chi paga decide priorità, standard, filiere.
E i Paesi interessati – al netto delle dichiarazioni di principio – sono quelli con due leve: liquidità e capacità di condizionare accessi e sicurezza. Dal lato finanziario, i principali candidati naturali restano le monarchie del Golfo e i partner arabi coinvolti nella stabilizzazione (Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Egitto, Giordania), oltre a Stati e istituzioni occidentali chiamati a mettere garanzie, assistenza tecnica e governance. Il punto politico, però, è che la ricostruzione di Gaza è difficilmente “appaltabile” come un normale progetto infrastrutturale: serve una catena di comando chiara su permessi, importazioni di materiali, sicurezza dei cantieri, controllo dei valichi. In questo snodo, il ruolo di Israele resta strutturale. Non solo per ragioni di sicurezza – tema che condiziona ogni cantiere – ma perché, nel concreto, logistica e accessi sono la variabile che può accelerare o congelare i flussi di capitale. Ecco il motivo per cui Israele fa parte dei membri del Board of Peace e siede nei tavoli che stanno provando a definire governance e strumenti di coordinamento.
Sul fronte dei progetti, oggi il mercato non vede un unico masterplan, ma ancora più proposte concorrenti: l’impianto istituzionale di Banca Mondiale-ONU (stime, fabbisogni, priorità settoriali); un filone arabo, formalizzato in documenti presentati in ambito Lega Araba-ONU e in piani che prevedono fasi di early recovery, housing temporaneo, ripristino servizi e – soprattutto – una cornice di sicurezza internazionale; la proposta americana legata a Jared Kushner e al ciclo Davos 2026, che parla di bonifica macerie (si tratta di decine di milioni di tonnellate), infrastrutture essenziali nei primi 100 giorni, e poi di zone economiche, turismo e rigenerazione urbana ad alta intensità di capitale. Dentro questa pluralità, si inserisce il Board of Peace: ambizione da cabina di regia più che da semplice conferenza dei donatori. La prima riunione a Washington ha puntato ad aggiornare lo stato del piano USA e soprattutto a mettere in fila impegni finanziari e progetti cantierabili. Il Board nasce con un’impostazione che chiede contributi importanti ai membri (e promette in cambio un peso sulle decisioni) e ha già raccolto pledge per iniziali 5 miliardi dedicati al fondo ricostruzione, mentre sullo sfondo resta la partita della forza di stabilizzazione e della sicurezza dei corridoi umanitari.
E l’Italia? Se la politica estera parla di pace e stabilizzazione, l’economia guarda a una filiera completa: materiali, impianti, reti, costruzioni, ingegneria. Interessate sono realtà come Webuild (grandi opere), Saipem (impiantistica/ingegneria), Cementir e Buzzi (cemento), oltre a Prysmian, Maire e Ansaldo per componentistica, energia e impianti. È un interesse ancora pre-mercato, in attesa di gare, framework legali e garanzie. La ricostruzione sarà un test di governance prima che di calcestruzzo. E qui il Board of Peace può contare, nel bene e nel male: se riuscirà a trasformare pledge in meccanismi di procurement trasparenti, garanzie sui pagamenti e una cornice di sicurezza per i cantieri, allora diventerà il luogo in cui si decide la short list dei grandi contractor. Se invece resterà un contenitore politico, la ricostruzione finirà frammentata tra iniziative parallele, con costi più alti, tempi più lunghi e rendimenti più bassi. Per le imprese italiane la scommessa è semplice: esserci già quando si scrivono le regole: standard tecnici, criteri ESG, supply chain, garanzie. Vale più che presentarsi quando partiranno le gare. Perché a Gaza (e Washington) prima dei capitolati si stanno assegnando le chiavi: accessi, sicurezza, finanza. Chi ne sarà in possesso deciderà anche il mercato.
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