Dazi, l’Ue non sparerà con il bazooka su Trump: una guerra commerciale con gli Usa significa escalation fuori controllo

President Donald Trump shakes hands with European Commission President Ursula von der Leyen as they meet at the Trump Turnberry golf course in Turnberry, Scotland Sunday, July 27, 2025. (AP Photo/Jacquelyn Martin) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Nello scontro con l’Unione Europea sulla Groenlandia, gli Stati Uniti detengono un dominio totale lungo l’intera scala dell’escalation. Al netto dell’emotività che permea il dibattito continentale, vale la pena ricordare un fatto elementare: la Groenlandia non è nell’Unione Europea, né tantomeno in Europa. Geograficamente è parte dell’emisfero occidentale, nel perimetro nordamericano. Questo dato, da solo, ridimensiona molte delle analisi che circolano a Bruxelles.

Non esiste oggi un ambito in cui l’Ue possa colpire Washington più di quanto finirebbe per colpire sé stessa. Sul piano commerciale, l’Europa è esportatore netto verso gli Stati Uniti; sul fronte tecnologico utilizza infrastrutture e sistemi americani in assenza di alternative domestiche; sul piano energetico, dipende ormai dal GNL statunitense, avendo reciso il legame con il gas russo; sul versante finanziario, è profondamente intrecciata al sistema dell’eurodollaro, che resta sotto il controllo di Washington; e sul piano militare, continua ad aver bisogno degli Stati Uniti in Ucraina, nella Nato e per la propria difesa. Figurarsi per difendere la Groenlandia. Non è una provocazione: è la fotografia dei rapporti di forza.

Bruxelles può evocare il proprio “bazooka” commerciale, lo strumento anti-coercizione. Ma è difficile immaginare che venga realmente utilizzato. Paradossalmente è troppo potente, perché scatenerebbe ritorsioni devastanti. Il parallelo con le armi nucleari – che la Francia possiede al di fuori dell’ombrello statunitense – è calzante. I manuali di strategia insegnano che occorre disporre di capacità convenzionali a ogni gradino della scala dell’escalation. L’Europa non le ha. In assenza di esse, ogni confronto serio termina o con una sconfitta o con un’escalation incontrollabile.

È con questo schema mentale che vanno lette iniziative simboliche come l’invio di ulteriori truppe danesi in Groenlandia. Se – e resta uno scenario altamente improbabile – gli Stati Uniti decidessero di prendere il controllo dell’isola con la forza, l’operazione si concluderebbe in un arco temporale paragonabile a quello necessario per neutralizzare il regime di Maduro in Venezuela.

L’idea di una guerra Ue-Usa è grottesca. Ma lo sono anche le presunte “alternative” geostrategiche europee. Un accordo di difesa con il Canada, che fatica a difendere sé stesso? Oppure un pivot verso la Cina, che implicherebbe accettare la deindustrializzazione del continente, l’abbandono dell’Ucraina e, di fatto, la riabilitazione della Russia? La prima ipotesi irriterebbe Washington senza produrre benefici concreti. La seconda trasformerebbe gli Stati Uniti in un avversario dell’Ue ben più rilevante della questione Groenlandia.

Trump vincerà la partita sulla Groenlandia

La conclusione logica è che Bruxelles, a denti stretti, finirà per cedere, individuando una formula che consenta di salvare la faccia. Trump vincerà la partita sulla Groenlandia. Gli europei non lo fermeranno, perché sono deboli e divisi. E questa debolezza militare e geostrategica non è un incidente: è il risultato di una scelta politica dell’Ue.

C’è chi parla di rilancio dell’autonomia strategica europea. Ma ciò implicherebbe una radicale redistribuzione del potere – verso Bruxelles o verso gli Stati membri – perché l’architettura attuale non consente decisioni rapide. I costi economici sarebbero enormi: neo-mercantilismo, economia quasi di guerra, a partire da deficit e debiti già elevati. E anche superando questi ostacoli, le frizioni con gli Stati Uniti sarebbero inevitabili: Washington vuole un’Europa subordinata all’interno del proprio blocco, non un attore autonomo. Gli Usa interverrebbero prima ancora che la bandiera europea venga tessuta, figuriamoci issata. Il percorso di minore resistenza resta quello della concessione.

Il 2026 potrebbe essere ricordato come il contraltare del 1956. Allora Regno Unito e Francia tentarono di dimostrare di essere ancora Grandi Potenze a Suez. Gli Stati Uniti si opposero usando l’arma economica, forzando Londra e Parigi al ritiro. Oggi Washington adotta una realpolitik esplicita nel proprio interesse nazionale, anche quando ciò fa apparire l’Europa nel ruolo dell’Egitto di allora. Questo frantuma l’autopercezione europea di partner alla pari e alimenta un lessico fatto di “vassalli” e “Stati clienti”, mentre Bruxelles si aggrappa all’ordine liberale come a una zattera.

I mercati, per ora, restano relativamente calmi. Il Wall Street Journal nota che «Trump vuole la Groenlandia, ma gli investitori non sanno come interpretarlo». Forse perché il punto non è la Groenlandia, ma la fine dell’ordine liberale e il superamento di Westfalia. Le implicazioni sono enormi, soprattutto per i Paesi privi di potere. Le linee sulle mappe torneranno a muoversi, e con esse quelle sugli schermi. Oro e argento lo stanno già segnalando. Anche i rendimenti dei JGB a 40 anni al 4% raccontano che le placche tettoniche si stanno spostando. È questo, più della Groenlandia, che i mercati non dovrebbero ignorare.