“Oh, ma che fine hai fatto? Pensavo fossi morto!”. Quante volte l’abbiamo detto, incontrando un amico sparito dai radar. Dalla Cina arriva un’applicazione che la prende alla lettera. Si chiama Demumu e ogni due giorni ti chiede se sei ancora vivo. Se non rispondi, avvisa qualcuno. Dopo l’installazione (costo di circa un euro) l’utente indica un contatto di emergenza e preme un grande pulsante verde con la scritta “I’m alive”: ci sono ancora.
Se il check-in non arriva per due volte consecutive, parte un’email automatica. Ieri l’ho installata. Ho inserito il contatto da avvisare, ho fissato quel pulsante verde per qualche secondo e poi ho cliccato provando una sensazione liberatoria nel vederlo spegnersi. Per 48 ore non dovrò fare nulla. Poi il pulsante si riaccenderà e toccherà a me dimostrare di essere ancora qui. È un patto minimo con il mondo, una stretta di mano digitale con l’esistenza. Demumu è il nome della versione globale. In Cina si chiama Sileme, che si pronuncia “Sì lè me”, un gioco di parole che ricalca foneticamente Ele.me “Hai fame?”, l’app di food delivery più usata in Cina. L’app è diventata virale grazie al suo tono macabro. I giovani l’hanno trasformata in meme.
In questi giorni è salita rapidamente nelle classifiche sugli App Store di tutto il mondo. Funziona non solo perché risponde a un bisogno reale (125 milioni di cinesi vivono soli) ma perché ricorda a noi stessi che esistiamo e perché ci dà il permesso di essere fragili. Non stai chiedendo aiuto. Stai usando un’app. La vergogna si dissolve nell’interfaccia. I numeri raccontano che entro il 2030 duecento milioni di cinesi vivranno in nuclei monocomponente. In Giappone circa trentamila persone all’anno muoiono di kodokushi, la morte solitaria, con i corpi scoperti settimane dopo.
In Italia le famiglie unipersonali hanno superato i 9,7 milioni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di “epidemia di solitudine”: l’isolamento sociale aumenta il rischio di morte prematura del 29%. Cliccare su “sono vivo” è un urlo di appartenenza a una condizione di disagio generazionale. In altri tempi un fenomeno sociale così diffuso avrebbe dato vita a un movimento, oggi diventa un’app: la solitudine è la nuova classe sociale. Se prima avevamo i proletari, ora abbiamo i solitari. Sherry Turkle lo aveva intuito già nel 2011 in Alone Together: siamo costantemente connessi, ma raramente in contatto. Migliaia di follower, nessuno che verifichi se respiriamo ancora. Nel Mito di Sisifo l’assurdo non si risolve. Si vive. E l’utente di Demumu è Sisifo con uno smartphone. “Bisogna immaginare Sisifo felice”, scriveva Camus. Bisogna immaginare felice anche chi, ogni 48 ore, comunica al mondo di non essere ancora morto. Demumu riflette una società che ha esternalizzato la cura reciproca a un algoritmo. Cosa dice di noi una civiltà in cui la prova della nostra esistenza è ridotta a un tap sullo schermo?
Resta il dubbio di chi mettere come contatto da avvisare, sperando che l’email non finisca nello spam. C’è da chiedersi cosa farà, in futuro, questa società cinese con i dati di milioni di contatti di emergenza in tutto il mondo. Forse è davvero la versione digitale di quella frase che ci diciamo da sempre: “Pensavo fossi morto”. Solo che adesso, se non rispondi, qualcuno viene davvero a controllare. Speriamo che 48 ore siano un tempo congruo, ma dopotutto per un euro, cosa ci potevamo aspettare di più?
