Dimenticate il tg, oggi i giovani si informano con i chatbot

C’è una rivoluzione silenziosa nel modo in cui le persone si informano. Un tempo si accendeva la TV per il telegiornale delle otto, oggi si interroga un assistente virtuale, si scrive a un chatbot, si chiede un riassunto a un algoritmo. L’intelligenza artificiale è entrata a pieno titolo nel circuito dell’informazione, soprattutto tra le fasce più giovani. Una tendenza che, per quanto ancora minoritaria nel complesso della popolazione, sta ridefinendo le gerarchie del nostro ecosistema mediatico.

Nell’ultimo Digital News Report del Reuters Institute, per la prima volta i chatbot vengono inseriti tra le fonti di informazione: li usa settimanalmente una quota ancora limitata di utenti, circa il 7% su scala globale, ma con una crescita netta tra gli under 25, dove si sfiora il 15%. Risultati confermati anche dal Centro Studi di Confcommercio Milano, che rivela come l’11% dei cittadini utilizzi regolarmente assistenti basati su AI per informarsi: una percentuale che si avvicina rapidamente a quella dei quotidiani cartacei, fermi al 12%. Questo dato diventa ancora più evidente se si guarda alla fascia under 25, dove l’88% utilizza i social network per informarsi e il 25% si serve dell’intelligenza artificiale per ottenere notizie e aggiornamenti.

Oltre ai privati cittadini, anche le imprese si mostrano sempre più inclini all’uso dell’intelligenza artificiale. I chatbot, utilizzati dal 26% degli imprenditori, sono il quarto strumento di informazione dopo i quotidiani online (42%), la TV (42%) e i social network (36%). Tuttavia, nonostante la crescita di questi nuovi canali, la fiducia resta un tema cruciale. Mentre gli assistenti virtuali conquistano terreno in termini di utilizzo, non sono ancora considerati affidabili quanto le fonti tradizionali. Molti utenti apprezzano la comodità e la personalizzazione dell’AI, ma continuano a esprimere riserve sull’accuratezza e la trasparenza degli algoritmi. Uno studio condotto dalla BBC sulla capacità dell’IA di dare notizie, evidenzia come quasi la metà delle risposte, il 45%, presenti errori gravi che compromettono il senso della notizia. Considerando anche le imprecisioni più lievi, la percentuale di risposte distorte sale all’81%.

Stiamo vivendo un cambiamento non solo tecnologico, ma culturale. L’informazione non arriva più da un flusso verticale – il giornale che scrive, il lettore che legge- ma da una relazione dinamica, una conversazione tra utente e macchina. L’informazione diventa “on demand”, personalizzata. Per chi è nato dopo il 2000, questo non è il futuro, è il presente. Assistiamo a una nuova alfabetizzazione informativa: non basta leggere o guardare, serve saper interrogare l’AI, valutare la fonte, comprendere gli algoritmi. Per i media tradizionali, è un invito a ripensarsi. Il sorpasso dei chatbot sui media tradizionali, sebbene ancora parziale, segna l’inizio di un cambiamento che sembra ormai irreversibile. L’informazione non è più un flusso da ricevere, ma una risposta da sollecitare, generata e filtrata in tempo reale in base ai nostri comportamenti, ai nostri interessi, alle nostre domande. Il pubblico non è più spettatore, è co-autore dell’esperienza informativa.

In questo nuovo paesaggio mediatico, la sfida non è solo capire cosa sapere, ma come sapere. Chi garantisce la qualità di ciò che leggiamo? Chi decide cosa è rilevante? Chi custodisce la verità quando l’algoritmo diventa la nostra prima fonte? Forse vale la pena ricordare le parole di George Orwell adattandole al nostro tempo: “In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Nell’era dell’intelligenza artificiale, la vera rivoluzione sarà continuare a cercare la verità.