Diritto ed economia, l’analisi di Frosini: “Negli Usa il sistema giuridico guarda alla crescita”

TOMMASO EDOARDO FROSINI DOCENTE

Quando si discute di giustizia, il rischio è restare dentro una prospettiva tutta nazionale. Il diritto comparato impone invece un cambio di sguardo: confrontare i sistemi giudiziari significa osservare come scelte diverse su organizzazione, funzioni e tempi dei procedimenti incidano sul funzionamento delle istituzioni e, indirettamente, sull’economia. È da questa prospettiva che Tommaso Edoardo Frosini, ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, legge il caso italiano e la posta in gioco del referendum del 22 e 23 marzo.

Nel confronto europeo, avverte Frosini, occorre evitare classifiche sbrigative. Le democrazie occidentali sono sistemi “stabilizzati”, fondati su Carte costituzionali che prescrivono diritti, libertà e garanzie. «È difficile che uno di questi Paesi entri completamente in crisi rispetto a quei parametri». Se però si volesse individuare un ordinamento che ha rafforzato nel tempo il proprio equilibrio istituzionale, Frosini indica la Germania e il suo “patriottismo costituzionale”, fondato sull’adesione ai principi della Legge fondamentale. Subito dopo colloca l’Italia, che non considera più un’eccezione negativa: «Abbiamo ormai acquisito un sistema di pesi e contrappesi. Al di là delle polemiche politiche, le garanzie in Italia sono garantite». Più problematico, nella sua lettura, il caso francese segnato negli ultimi anni da tensioni istituzionali.
Le differenze tra i sistemi, però, non dipendono solo dalle norme processuali. Pesano, e molto, l’architettura istituzionale e soprattutto la capacità amministrativa. «Avere una buona amministrazione garantisce l’efficienza dell’apparato statale. Se dietro non c’è un’amministrazione che funziona, lo Stato non riesce a realizzare il buon andamento». Anche la digitalizzazione, da sola, non basta: «Dietro l’informatica c’è l’uomo». Serve un’integrazione efficace tra competenze e strumenti tecnologici.

È sul terreno dei tempi della giustizia che l’Italia mostra ancora le maggiori fragilità, in particolare nel civile. Frosini pone una domanda che è insieme giuridica ed economica: «È giustizia quella in cui il giudice rinvia una decisione di tre o quattro anni?». Una durata che diventa particolarmente critica quando dietro c’è una richiesta di risarcimento o un interesse economico rilevante. Per questo, osserva, «la giustizia necessita di riforme di struttura». In questo quadro inserisce il referendum e, in particolare, la separazione delle carriere: «Non è una soluzione decisiva, ma può favorire una razionalizzazione del sistema, distinguendo in modo più netto le funzioni requirente e giudicante». Lo stesso vale per l’ipotesi di un doppio Csm con il sorteggio dei componenti, pensata per ridurre il peso delle correnti, che Frosini definisce «un unicum nel panorama europeo».

Per accelerare davvero, una leva sottoutilizzata resta quella degli strumenti alternativi al processo. Mediazione e arbitrato, ricorda, servono ad alleggerire il carico dei tribunali. «L’arbitrato, in tre o quattro mesi, produce un lodo che ha valore di sentenza». Nel confronto tra civil law e common law, Frosini riconosce che molti studi attribuiscono a quest’ultimo una maggiore capacità di favorire la crescita economica, grazie a una minore ipertrofia normativa. Ma avverte: «È un sistema difficilmente esportabile». Piuttosto, individua nell’Unione europea un laboratorio interessante, dove convivono codificazione e diritto giurisprudenziale, attraverso il ruolo della Corte di giustizia. Anche in Italia, quando il legislatore resta fermo, «i giudici talvolta suppliscono», come mostra il caso del fine vita.

Se dovesse prevalere il sì al referendum, l’Italia non si limiterebbe ad allinearsi a un modello straniero. «La separazione delle carriere esiste altrove, ma qui non è prevista la subordinazione del pubblico ministero al ministro della Giustizia». Più che un trapianto comparato, Frosini legge la riforma come una scelta di principio: «È una riforma di impronta liberale, che applica la separazione dei poteri anche all’interno dell’ordine giudiziario». Se invece vincesse il no, il rischio è un rafforzamento ulteriore del ruolo della magistratura come attore del sistema politico. «In uno Stato maturo», conclude, «non dovrebbero esistere intoccabili».

Nel punto in cui giustizia ed economia si intrecciano in modo esplicito, Frosini richiama infine il modello statunitense: «Negli Stati Uniti la giustizia è stata pensata anche come parte di un sistema orientato alla crescita economica». Non solo sul piano legislativo, ma anche su quello giurisdizionale, attraverso l’approccio della law and economics, che integra diritto ed effetti economici delle decisioni. Una prospettiva che indica una direzione: riforme, organizzazione e responsabilità amministrativa devono procedere insieme.