Di recente Giorgia Meloni ha pubblicato una locandina che mostrava l’andamento positivo del mercato del lavoro sotto il suo governo. Il messaggio è chiaro: la disoccupazione è scesa dall’8,2% dell’agosto 2022 al 6% dell’agosto 2025, con un calo sensibile anche tra i giovani. Tuttavia, un’analisi più attenta dei dati racconta una storia un po’ diversa. Il governo Meloni è entrato in carica nell’ottobre 2022, quando il tasso di disoccupazione era già al 7,9%, dunque in discesa rispetto alla cifra di partenza citata nella grafica. Un dettaglio che fa capire come, talvolta, la comunicazione politica tenda a “giocare” con i numeri.
È vero: l’occupazione è aumentata. Ma il fenomeno non è uniforme. Se si osservano le diverse fasce d’età, emerge che la crescita riguarda soprattutto i lavoratori più anziani. Nell’agosto 2022 gli occupati erano circa 23 milioni, diventati 24,2 milioni nell’agosto 2025. Ma la composizione è cambiata: la fascia tra i 25 e i 49 anni, che allora rappresentava il 55,8% del totale, oggi scende al 53,3%; al contrario, gli over 50 passano dal 39,2% al 42,4%. In termini assoluti, gli occupati under 50 sono aumentati di meno di 50mila unità, mentre quelli sopra i 50 anni sono cresciuti di circa 1,2 milioni.
Vi sono alcuni fattori dietro questa tendenza. Primo, l’invecchiamento della popolazione, che è un fenomeno strutturale, anche se in un arco di soli tre anni non basta da solo a spiegare il cambiamento sopra menzionato, banalmente per motivi relativi a tempistiche di invecchiamento. Secondo, gli effetti delle riforme previdenziali (dalla legge Fornero alle modifiche successive) che hanno progressivamente alzato l’età pensionabile, seppur non sempre in maniera lineare, o scoraggiato l’uscita anticipata dal lavoro.
Non a caso, la Legge di Bilancio attuale prevede un ulteriore innalzamento di cinque mesi, consolidando la permanenza in attività delle fasce più mature. Terzo, la continua emigrazione giovanile, un nodo irrisolto del Paese. I giovani qualificati che lasciano l’Italia non influenzano più le statistiche nazionali sull’occupazione, ma la loro assenza riduce il peso della componente giovanile sul totale degli occupati.
Il risultato è un mercato del lavoro che cresce nei numeri ma mostra un evidente invecchiamento della sua struttura occupazionale. E questo non è un dettaglio tecnico: la sostenibilità futura del sistema previdenziale, ad esempio, dipende dalla presenza di giovani lavoratori e contribuenti attivi. Inoltre, è verosimile che queste dinamiche continuino nei prossimi anni, con la conseguenza che la quota di lavoratori più anziani continuerà a crescere rispetto a quella dei più giovani. I dati diffusi dal governo su base Istat, dunque, restano in parte positivi (se si prescinde dal tema salariale), ma le ragioni vanno attribuite, almeno parzialmente, a tendenze strutturali e fattori esterni all’azione di governo. E sotto la superficie dei numeri, resta un segnale d’allarme che la politica non può ignorare.
