Ragionamenti
Due terzi delle frane inattive europee sono state registrate in Italia. Niscemi ci insegni a ricostruire in sicurezza
L’Italia è un Paese bellissimo e fragile; giovane da un punto di vista geologico, antico e ricco di edifici e manufatti, dal punto di vista della storia dell’uomo. I due terzi delle frane attive in Europa sono state registrate in Italia, dove il 40% dei Comuni sorge in aree a medio-alto rischio sismico. Uomo e Natura si confrontano da sempre nei nostri territori, con una contaminazione che ha fatto del nostro Paese, il Bel Paese che tutti conoscono. Una bellezza di natura, arte, cultura che non può far dimenticare la fragilità. La coesistenza tra elementi naturali e attività umana è possibile solo se sono note le condizioni secondo cui si evolve il territorio e se si è stati in grado, con gli strumenti normativi a disposizione e con la lungimiranza opportuna, di prevedere scenari critici, rispetto ai quali è la resilienza delle comunità che fa la differenza. La parola fondamentale è proprio: prevenzione.
Il dramma di Niscemi in Sicilia, l’instabilità del suo territorio, accomuna molta parte del nostro Paese. Ed è condiviso altrettanto drammaticamente da quella vasta area del Centro Italia che da tre anni frequento con assiduità e senso di responsabilità, colpita dieci anni fa da una delle sequenze sismiche più vaste (in termini di territorio coinvolto) devastanti (in relazione alla potenza scatenata e alla distruzione provocata). La parola sicurezza si è accompagnata fin dall’inizio all’impegno rivolto alla ricostruzione. E per essere credibile e praticabile ha bisogno di esercitare la prevenzione. Ricostruire in sicurezza, da tre anni a questa parte è il binomio che guida ogni intervento. Il dissesto idrogeologico è uno dei temi che ha condizionato maggiormente la ricostruzione post-sisma delle aree del Centro Italia.
La presenza di migliaia di fenomeni franosi, che aggrediscono fasce di versante più o meno estese con presenza di singole abitazioni, nuclei di case o centri abitati e infrastrutture lineari con rilevanti funzioni strategiche (strade di collegamento con i centri abitati, acquedotti, metanodotti, etc.), infatti, ha richiesto un approccio al tema su due livelli: da un lato verificare, ed eventualmente superare, gli aspetti vincolistici connessi con la presenza di frane; dall’altro valutare, con tutti gli strumenti tecnico-scientifici a disposizione, l’opportunità di ricostruire edifici, nuclei abitati o porzioni di essi in aree interessate da dissesti, valutando attentamente i benefici attesi (e l’eventuale rischio residuo) a fronte degli investimenti richiesti per mitigare gli effetti dei fenomeni franosi.
Grazie alla prevenzione la sicurezza può diventare la cifra della ricostruzione. Nella ricostruzione in atto nel Centro Italia abbiamo fatto tesoro degli studi di Ingv e delle Università, sui sistemi di faglie attive e capaci, così come degli studi di microzonazione sismica, che hanno guidato le scelte delle nuove edificazioni. Per decenni dopo le tragedie e le distruzioni ha funzionato un unico obiettivo: “Dov’era, com’era”. Ricostruire nello stesso luogo, e con le stesse modalità. L’attenzione alla sicurezza ha invece imposto scelte coraggiose di delocalizzazione. E oggi credo che si possa parlare di un “modello Appennino” nella ricostruzione post-sisma. Abbiamo anche dovuto misurare la necessità di evacuazioni definitive, come a Nibbiano (nel Comune di Camerino) e a Borrano (frazione di Civitella del Tronto), di fronte a un terreno instabile e irrecuperabile. Sono scelte dolorose, come quella sotto gli occhi delle telecamere in questi giorni a Niscemi, ma necessarie: il futuro ha bisogno di sicurezza. La ricostruzione ha bisogno di futuro.
La forte antropizzazione del territorio ha prodotto costruzioni che nel passato, anche remoto, non seguivano rigorosi criteri anti-sismici. Il successivo spopolamento ha finito per consegnare il territorio a una Natura inselvatichita, privata di presidi stabili da parte dell’Uomo, dove le fragilità idrogeologiche sono state accentuate dal cambiamento climatico in atto. La tempesta perfetta: abbandono del territorio, fragilità idro-geologica e sismica insieme, climate change. Ora a noi, nelle attività di ricostruzione, tocca la prevenzione e il contrasto allo spopolamento, utilizzando le armi della tecnologia, del monitoraggio, delle nuove tecniche costruttive. Ma nei luoghi meno esposti al rischio. Delocalizzare si può e si deve, utilizzando tutti gli elementi offerti dagli studi di prevenzione multi-rischio.
Si tratta di un processo di crescita culturale lento e molto complesso, che merita attenzione non soltanto nei momenti, come questo, in cui lo sguardo si rivolge a ciò che è già accaduto. Da domani dobbiamo pensare a quale sia il modo per evitare che accada qualcosa di analogo altrove. E quindi ecco a disposizione la grande esperienza che stiamo accumulando nel territorio del cratere sismico del Centro Italia, accompagnata anche dalla recente legislazione (la legge 40) che ci aiuta ad affrontare questi temi finalmente in modalità sistemica e strutturale.
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