“Ebrei”, una parola diventata impronunciabile. L’indignazione selettiva della stampa

Manifestazione a Testa Alta con gli Ebrei organizzata dall’associazione Sette Ottobre —Roma— Italia — Giovedì 30 Ottobre 2025 - Politica - (foto di Cecilia Fabiano/LaPresse) Demonstration "Heads High with the Jews" organized by the Sette Ottobre association —Italy — Thursday , October 30, 2025 - Politics - (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse)

Io che ho esercitato il mestiere di giornalista per mezzo secolo, capisco i miei poveri colleghi. Dopo mesi passati a chiamarli con il loro nome – complici, corrotti, ignoranti, servi del racconto dei carnefici, stipendiati indirettamente da Doha – che cosa avreste preteso, applausi? Editoriali commossi sulla libertà e la memoria? No, il silenzio è la loro forma più sincera di coerenza.

La manifestazione del 30 ottobre contro l’antisemitismo non rientrava nel copione. Nessun raccontino da titolare: “Povero popolo oppresso” o “cessate il fuoco”, nessuna lacrima d’ordinanza. Solo cittadini – molti, troppi per essere ignorati – che dicevano l’indicibile: che l’odio contro gli ebrei è tornato in scena e che stavolta ha trovato platee accademiche, parrocchiali e mediatiche pronte a ospitarlo e a nutrirlo. E poi quella parola, ebrei, è diventata per molti impronunciabile.

E allora sì, meglio tacere. Meglio voltarsi dall’altra parte, come a quelli viene facile fare. Non è censura, è pudore da vecchi malati che non vogliono guardarsi allo specchio. Hanno scelto il loro campo da tempo: quello in cui l’indignazione è selettiva e la vergogna, un lusso.
Un po’ di compassione, quindi, bisogna pur averla. Perché un giornalismo ridotto a eco delle proprie bugie non si combatte: si accompagna al cimitero con passo lento e senza rancore.