Elezioni farsa in Africa, dalla Tanzania alla Costa d’Avorio: il potere sempre nelle stesse mani tra sangue, rivali bloccati e comunità internazionale indifferente

People protest in the streets of Arusha, Tanzania, on election day Wednesday, Oct. 29, 2025. (AP Photo/str) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

La Tanzania è soltanto l’ultimo paese africano travolto dalle proteste da parte della popolazione, stanca di vedere elezioni farsesche che confermano al potere sempre i soliti politici screditati. Da giorni le principali città tanzaniane sono sconvolte dagli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine e sembra che i morti siano quasi 600. Le notizie arrivano in maniera molto frammentata perché il governo ha bloccato l’accesso ad Internet e non permette la comunicazione con l’esterno.

Queste elezioni dovevano essere un cambio di passo nella democrazia della Tanzania ed invece la presidente Samia Suluhu Hassan, in carica dal 2021, nei mesi scorsi ha fatto arrestare il principale rappresentante dell’opposizione e squalificare il leader del secondo partito utilizzando la scusa di alcune mancanze burocratiche. Il Chama Cha Mapinduzi, partito di governo che detiene il potere dal 1961, non ha una nessuna intenzione di mollarlo. Dar es Salaam, Dodoma, Mwanza restano nel caos con l’esercito nazionale schierato a sparare contro la popolazione.

Tutti i partiti di opposizione e molti movimenti della società civile hanno deciso di boicottare queste elezioni, accusando il partito al potere di aver assassinato alcune voci scomode. La Cina, principale partner commerciale della Tanzania, sta seguendo tutto con molta apprensione ed anche l’India che da tempo lavora per una sponda africana dell’Oceano Indiano ha invitato la popolazione alla calma chiedendo un intervento internazionale.

Ma la Tanzania è soltanto l’ultima nazione africana sconvolta dalla violenza. In Camerun l’ottava vittoria consecutiva di Paul Biya, al potere dal 1982 e ormai ultranovantenne, ha gettato il paese nel caos. Anche qui l’opposizione ha gridato ai brogli soprattutto perché nel nord musulmano i seggi non sono stati neanche aperti e in alcune città è stato fisicamente impedito l’accesso a chi voleva votare per il candidato dell’opposizione. Issa Tchiroma Bakary, il maggiore sfidante di Biya sì è autodichiarato presidente, sostenendo di aver superato il 50% dei consensi. A Douala, la più grande città del nord, da settimane si combatte per le strade ed il presidente ha rimosso tutti i generali che non volevano attaccare i manifestanti, chiedendo all’esercito, almeno per il momento, di restare nelle caserme, lasciando mano libera alla polizia che risponde direttamente a lui.

In Camerun è ancora forte l’influenza francese, ma anche Parigi è in difficoltà nel riconoscere l’ennesima vittoria del presidente a vita Paul Biya. Altrettanto complessa è la situazione in Costa d’Avorio dove Alassane Ouattara, 83 anni, ha ottenuto il suo quarto mandato consecutivo con quasi il 90% dei voti in elezioni segnate da bassa affluenza e sostanziale esclusione degli avversari politici. Una vittoria davvero scontata, anche perché ai suoi più accreditati oppositori come Tidjane Thiam e Laurent Gbagbo, è stato proibito candidarsi. Ouattara nei giorni precedenti alle elezioni ha fatto incarcerare oltre 1000 oppositori e sei persone sono morte negli scontri con la sua polizia. Lo stesso copione in tre realtà molto diverse ma che sottolineano come la società africana stia cercando faticosamente un cambiamento, totalmente impedito dalla classe politica al potere da decenni.