Diffusa l’altra sera da un canale israeliano, la notizia secondo cui gli Emirati Arabi Uniti prenderebbero il controllo dell’amministrazione civile e dei movimenti mercantili di Gaza, con un programma di diretti investimenti miliardari, lasciava perplessi parecchi osservatori. Tanto più quando emergeva che un supposto accordo in tal senso – con benestare israelo-statunitense – avrebbe compreso anche il dispiegamento di forze militari degli Emirati a presidio delle operazioni.
Le perplessità, si noti, non riguardavano la fattibilità pratica di quell’intervento, né riflettevano contrarietà rispetto all’ipotesi che quel Paese arabo, tra i più affidabili in campo, assumesse veste di protagonista nella ricostruzione della Striscia. I dubbi, piuttosto, riguardavano la verosimiglianza della notizia nonché, soprattutto, la reazione delle altre parti in campo se essa avesse dovuto trovare riscontro. Tutto lasciava pensare, insomma, a un cosiddetto ballon d’essai, una sonda lanciata in aria per vedere come si sarebbe comportata nel vento delle inevitabili reazioni.
I diretti interessati (gli Emirati Arabi Uniti) hanno dovuto ruminarci non poco, prima di esporsi. E infatti interveniva solo dopo parecchie ore il comunicato del Ministero della Cooperazione internazionale degli Emirati che negava la verità della notizia. Eppure anche questa negatoria – per i toni troppo netti, e incompatibili con quella scarsa tempestività – suscitava non pochi dubbi. L’uso di alcuni termini (“neghiamo categoricamente”), la sottolineatura del fatto che si trattasse di fonte israeliana, la riaffermazione enfatica secondo cui “il governo e l’amministrazione di Gaza sono responsabilità del popolo palestinese”, insomma il respiro generale del comunicato di smentita appariva rivolto a calmare le acque più che a contestare la verità del sottostante. E davvero non si può escludere che non solo l’annuncio da fonte israeliana, ma anche la reazione degli Emirati, appartenessero in realtà a un disegno comunicazionale coordinato.
Un’altra stranezza riguarda la concomitanza della notizia, diffusa nelle stesse ore, relativa al comunicato congiunto con cui un gruppo di Paesi (Emirati Arabi Uniti inclusi) condannava “fermamente le ripetute violazioni” del cessate il fuoco da parte di Israele. È ben possibile che fosse quest’altra vicenda a indurre gli Emirati Arabi Uniti a quella smentita roboante, utile ad attutire lo strepito per l‘iniziativa del Paese che, mentre lo condannava, riceveva dallo Stato ebraico un lasciapassare pressoché esclusivo nella ricostruzione di Gaza. E, se fosse così, significherebbe che la smentita formale serviva a porre in riparo la sostanza vera, vale a dire un’ipotesi di accordo tutt’altro che peregrina.
