Epstein files, la mossa di re Carlo contro il fratello: “Collaborerò”. E il domino continua a far cadere teste

Gli Epstein files stanno mietendo vittime in tutto il mondo. Nel Regno Unito, il terremoto ha colpito Peter Mandelson, ambasciatore britannico negli Stati Uniti, e ha portato Morgan McSweeney, il capo staff e strettissimo collaboratore del primo ministro Starmer, alle dimissioni a causa del ruolo avuto nella scelta del diplomatico. Arrivano pressioni anche politiche dall’interno del Labour Party, che iniziano, in alcuni casi, le dimissioni del premier dopo solo 19 mesi dalla sua elezione.

Dall’altra sponda della manica, invece, l’ex ministro della cultura e dell’istruzione, Jack Lang, ha rassegnato le dimissioni dall’Arab World Institute dopo alcune rivelazioni riguardanti i rapporti finanziari della sua famiglia con Jeffrey Epstein. Ma anche negli Stati Uniti gli effetti dei nuovi file pubblicati cominciano a farsi sentire. Pare, infatti, che il Segretario del Commercio, Howard Lutnick, sia coinvolto nei files molto più di quanto potesse sembrare, e soprattutto più a fondo di quanto lui stesso avesse dichiarato. Il Presidente della commissione Oversight, il repubblicano James Comer, non ha escluso di poter inviare una richiesta di audizione a Lutnick, segnando un potenziale cambio di passo rispetto al rapporto tra il partito repubblicano e il caso del finanziere.

Un’audizione, infatti, potrebbe portare, se l’opinione pubblica, oltre ai repubblicani, spingesse verso questa opzione, ad una indagine più approfondita, in grado di gettare ombra sulle relazioni del segretario. Sarebbe un clamoroso colpo per l’amministrazione, che rischierebbe, con le dimissioni di Lutnick, di ammettere, seppur implicitamente, che avere rapporti con Epstein sia politicamente letale, cosa che, ovviamente, metterebbe seriamente in difficoltà anche il Presidente Trump. Tuttavia, se il caso Lutnick potrebbe rappresenta una crepa nelle fondamenta dell’amministrazione, il vero terremoto potrebbe avere l’epicentro altrove, lontano da Washington ma vitale per la sopravvivenza politica della Casa Bianca: a Austin, Texas. L’ombra di Jeffrey Epstein, infatti, si sta allungando inesorabilmente sulla figura di Elon Musk, trasformando quello che finora era stato gestito come “rumore di fondo” in un allarme rosso per lo Studio Ovale.

Musk non è un semplice CEO o un donatore esterno; nell’architettura del “Trump 2.0”, egli ricopre il ruolo di garanzia ideologica ed economica, l’uomo che ha traghettato l’elettorato maschile giovane e la Silicon Valley libertaria verso il MAGA. Se il Segretario Lutnick è un ingranaggio sacrificabile della macchina governativa, Musk ne è il carburante. Una sua implicazione diretta nel sistema Epstein creerebbe un cortocircuito narrativo insanabile per la base repubblicana, che ha costruito gran parte della sua retorica anti-establishment proprio sulla denuncia delle élite pedofile e corrotte.

Per Trump, la situazione è un campo minato. Difendere Musk significa alienare la componente evangelica e moralista del partito, che non accetta compromessi sul tema degli abusi; scaricarlo, d’altro canto, significherebbe perdere il più potente megafono mediatico del mondo e ammettere che la selezione della sua cerchia magica è stata, ancora una volta, fallimentare, oltre ad un finanziatore dalla potenza di fuoco potenzialmente illimitata. Se il “domino Epstein” ha fatto cadere teste coronate a Londra e Parigi, la pretesa che l’uomo più ricco del mondo ne sia immune appare ogni giorno più come un calcolo errato di realpolitik che rischia di costare carissimo all’intera agenda dei repubblicani e del Presidente Trump.