Due concetti hegeliani dovrebbero essere scolpiti nelle cancellerie europee, nei palazzi dell’Unione e, alla luce degli eventi recenti, anche nelle redazioni di molti giornali: Wirklichkeit, la realtà effettuale, e Realität, la realtà empirica immediata. Finora l’Europa si è mossa quasi esclusivamente nel solco della seconda, limitandosi a gestire l’immediato senza governare il sostanziale, arenandosi così nelle sabbie mobili dell’utopismo ideologico. In una fase complessa come quella attuale, questo approccio rappresenta un limite pericoloso che rischia di paralizzare il continente.
Per decenni l’Europa si è cullata nell’illusione che la storia si fosse fermata e che la musica globale potesse continuare a suonare eternamente allo stesso ritmo, dettato dagli Stati Uniti. Ora che Vladimir Putin ha cambiato lo spartito e, senza quella melodia soporifera fonte di protezione e garanzia fornita dagli Stati Uniti, il nostro continente appare impaurito e spaesato, come chi viene bruscamente ridestato dopo un sonno profondissimo. L’Europa però non è un fanciullo in fasce, ma un vecchio mondo che ha conosciuto giorni di gloria e notti oscure. Ha le spalle robuste e la forza per reagire, a patto di dismettere quell’atteggiamento da amante tradita che assume ogni qualvolta gli Stati Uniti le rivolgono critiche aspre quanto veritiere. Critiche che, è bene ricordarlo, non sono frutto esclusivo di una prospettiva d’oltreoceano, ma riflettono una lettura critica presente in molti ambienti politico-culturali europei.
Per essere credibili, per superare le estenuanti giaculatorie di maniera e quei bizantinismi che nascono spesso da diffidenze e gelosie che celano vecchi rancori storici – tutti elementi che gli altri attori globali osservano con malcelato divertimento – occorre un approccio improntato al realismo effettuale. Solo così si potrà costruire un’Europa che conti davvero sulla scena mondiale. Il grande limite dell’integrazione europea risiede proprio nell’idea d’Europa declinata sotto forma di utopie, desiderata e concetti aleatori. Questi possono anche funzionare in stagioni tranquille, quando c’è tempo per riflessioni teoriche, ma non in tempi difficili come quelli attuali, dove ogni esitazione può risultare fatale.
Oggi la priorità assoluta è la difesa. Gli stati europei sono chiamati a uno sforzo enorme per recuperare il terreno perduto negli ultimi decenni, e l’ultima cosa utile al dibattito politico europeo è l’ennesima diatriba su costruzioni irrealizzabili e spesso tragicomiche come l’esercito comune europeo, i kit di sopravvivenza o una cabina di regia centralizzata a Bruxelles sulla difesa – tutte ipotesi che nessuno stato membro accetterà mai concretamente. Ciò che serve all’Europa è sinergia operativa, regole chiare e una decisa deburocratizzazione che permetta agli stati membri che lo desiderino di costruire insieme un solido limes di ferro da est a sud. Difendersi per sopravvivere, utilizzando l’arma più semplice ed efficace a nostra disposizione: il realismo.
