Il caso della famiglia nel bosco, secondo l’avvocato Gaetano Armao, rivela l’esondazione della giurisdizione nella vita privata. Per il professore di Diritto amministrativo all’Università di Palermo, che presiede i Comitati civici per un giusto Sì, il referendum del 22-23 marzo è una risposta necessaria per evitare che la magistratura travalichi i propri confini.
Urla strazianti, figli separati dai genitori, indignazione diffusa. Cosa ci racconta la storia della famiglia nel bosco?
«Che stiamo assistendo all’esondazione della giurisdizione perché, come osservato opportunamente dal presidente del Consiglio, i figli “non sono dello Stato”. Il cortocircuito si verifica quando lo Stato, in questo caso un giudice, sale in cattedra per sostituirsi a un padre e a una madre, tracimando dai propri poteri. È nient’altro che la deriva di una parte dell’ordine giudiziario che ormai vuole imporre una determinata visione su valori morali, sovente dimenticando dove risiede l’invalicabile interesse della persona. A questo punto dobbiamo aspettarci che siano sottoposti ad analoghi rimedi i figli dei Rom, che vivono in campi senza scuole né riscaldamento e, perché no, i figli dei protagonisti più sanguinosi della criminalità organizzata. Ma non sembra ci siano molti casi al riguardo».
Avete evocato la «Repubblica democratica tedesca di triste memoria». All’epoca, i capi di Stato aggredivano le libertà delle persone. Non le sembra un paragone azzardato?
«Il giudice deve solo applicare la legge. Purtroppo in alcuni casi prevale la deriva della cosiddetta “giurisprudenza creativa”, quella che non applica le leggi ma ne “scrive” di nuove con sentenze altamente invasive sulla sfera personale e di alterazione dell’equilibrio costituzionale. Ci sono state pronunce che hanno preteso di dare un indirizzo contro la vita umana in tutte le sue forme, entrando negli aspetti più intimi o che pretendono di orientare le politiche migratorie sulla presunta preminenza dell’ordinamento sovranazionale, giungendo, per eterogenesi dei fini, a indurre la migrazione clandestina e lo sfruttamento. Non è questo il ruolo che compete a un giudice. Le leggi le fa solo il Parlamento, assumendosene la responsabilità».
Insomma, la Repubblica giudiziaria non deve più entrare nelle «vite degli altri» con un approccio giacobino…
«Esatto, certa magistratura pretende di riscrivere la dimensione dell’umano, sull’assunto della libera interpretazione del diritto sovranazionale. Ma penso anche all’uso delle droghe: troppe volte abbiamo letto sui giornali di un uso “solo” personale pur in casi di detenzione di qualche chilo di sostanza stupefacente. In merito nulla si è eccepito, forse perché si intendono indirizzare modi e comportamenti verso una certa idea della vita».
Perché ritiene che votare Sì al referendum sia sempre più urgente?
«Come Comitati civici per il Sì riteniamo che la riforma delinea un rapporto più equilibrato tra le parti e tra di loro e il giudice terzo e, diversamente dalle critiche faziose, valorizza il Pm. Ricorro a un paragone calcistico e chiedo, soprattutto a chi è incerto di fronte al referendum, che cosa penserebbe se vedesse una partita nella quale il destino professionale dell’arbitro sia deciso dal Presidente di una delle due squadre. Formalmente l’arbitro sarebbe terzo, ma sostanzialmente è condizionato. È quel che accade oggi nella magistratura dove, con l’unico Csm, le correnti, sovente a guida dei Pm, influiscono sulla carriera dei giudici. Con la riforma, il nuovo Csm supererà le logiche corporative mentre l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare renderà effettivo un sistema sanzionatorio per i magistrati che sbagliano, come accade anche negli altri ordini professionali. Una riforma di civiltà giuridica che consente all’Italia di abbandonare la collocazione tra i Paesi autocratici (Cina, Iran, Venezuela), adottando la piena separazione delle carriere tra magistratura giudicante (giudici) e requirente (Pm) vigente nelle democrazie più avanzate (Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada)».
Mi scusi. Se fosse già entrata in vigore la riforma, quale sarebbe stato l’esito della vicenda? Non si sarebbe creato un «caso famiglia nel bosco»?
«Il caso è stato “creato” perché, con tutto il rispetto, un giudice e un’assistente sociale hanno inteso prescindere dal diritto naturale vigente, manifestando un’ideologica diffidenza nei confronti della famiglia, anche quando i figli non vivono una condizione di pericolo. Quel magistrato sarebbe certamente valutato dall’Alta Corte disciplinare».
