Con la sentenza n. 647 del 5 maggio 2025, la Corte d’Appello di Ancona ha introdotto un chiarimento fondamentale in materia di contributo di autonoma sistemazione (C.A.S.), il sussidio destinato a chi ha perso la casa a causa del sisma del 2016. I giudici marchigiani hanno stabilito che il bonus va restituito se il beneficiario non è in grado di provare un’effettiva dimora stabile nell’abitazione dichiarata come principale. In altre parole, non è sufficiente la residenza formale: serve dimostrare di aver realmente vissuto in quella casa, con dati oggettivi come i consumi di luce e gas, la presenza continuativa e le abitudini di vita radicate nel luogo.
Il caso: il Comune vince in appello
La vicenda nasce nel piccolo comune di Santa Vittoria in Matenano, dove un cittadino aveva ottenuto il contributo post-sisma. Dopo alcuni anni, il Comune ne ha disposto la revoca, ritenendo che l’immobile dichiarato non fosse realmente abitato. Il Tribunale di Fermo aveva inizialmente dato ragione al cittadino, ma la Corte d’Appello ha ribaltato la decisione: il ricorrente non aveva prodotto prove concrete della sua permanenza nell’abitazione, se non un certificato anagrafico e una bolletta dai consumi pari a zero. Da qui, la condanna alla restituzione di 5.238 euro e la riaffermazione di un principio chiaro: il C.A.S. è un aiuto a chi ha perso la casa, non a chi ne possiede una solo sulla carta.
Legalità e trasparenza come base della solidarietà pubblica
La pronuncia è un segnale importante per l’intera amministrazione pubblica: l’assistenza post-emergenza deve restare un atto di solidarietà responsabile, fondato sulla trasparenza e sul corretto uso delle risorse. In un contesto in cui la ricostruzione delle Marche è entrata nella fase operativa, con la piattaforma Gedisi e il nuovo Testo Unico per la Ricostruzione Privata (TURP), la certezza delle regole è fondamentale. Ogni euro speso deve arrivare a chi ne ha davvero bisogno, evitando abusi che minano la fiducia tra cittadini e istituzioni.
Ricostruire con efficienza, non solo con fondi
Il principio espresso dai giudici si inserisce in una fase di profondo rinnovamento amministrativo: dal Decreto congiunto n. 5/2025 degli Uffici Speciali per la Ricostruzione, fino agli incrementi straordinari per i contributi edilizi post-sisma 2009, l’obiettivo è rendere la macchina pubblica più efficiente e coerente. Semplificazione, digitalizzazione e controllo ex post diventano i tre pilastri di una ricostruzione sostenibile, capace di unire responsabilità individuale e tutela collettiva.
Un messaggio politico e civile
La sentenza della Corte d’Appello di Ancona non è solo un atto giuridico: è un invito alla correttezza amministrativa e alla fiducia nel diritto. Essere liberali e riformisti significa difendere l’assistenza pubblica da ogni abuso, senza criminalizzare chi ha bisogno, ma pretendendo equità e trasparenza. La ricostruzione, come la democrazia, si fonda su un patto di fiducia reciproca: lo Stato sostiene, il cittadino rispetta le regole. Solo così l’Italia potrà davvero rialzarsi, dalle Marche a tutto il Paese.
