Gas e petrolio alle stelle, Chicco Testa: “L’Italia ha perso un treno, ora è la più esposta”

Con la seconda settimana di guerra, gli occhi sono puntati su gas e petrolio. I costi sono alle stelle. Se ne accorge chi fa benzina. Le imprese temono la replica dell’impennata del 2021-’22. L’emergenza energia è di nuovo dietro l’angolo? Ci aiuta a capirlo Chicco Testa, imprenditore e manager, voce tra le più autorevoli in Italia nel campo delle politiche di sostenibilità.

Testa, qual è il rischio concreto?
«Lo scenario è critico. Preferisco non esprimermi sulla tenuta o meno del regime iraniano. È una questione di lunghezza del conflitto. Ieri, le quotazioni di petrolio e gas sono salite parecchio. Se ci si allunga troppo, si rischia di innescare una recessione mondiale».

Si dice che l’Italia debba ripensare la propria autonomia strategica. Cosa vuol dire all’atto pratico?
«Il problema di approvvigionamento energetico risale perfino al primo dopoguerra, quando la domanda era di carbone. Mussolini cerca di estrarlo dal Sulcis. Ma è pieno di zolfo, quindi poco utilizzabile. Si fa il possibile, anche con un discreto sviluppo dell’idroelettrico. Dopo la guerra, Mattei fa gli accordi con i Paesi arabi. Ma già allora si pensa al nucleare. La prima centrale nucleare in Italia l’ha fatta l’Eni (a Latina, entrata in funzione nel 1963, Ndr). Poi ci sono le crisi energetiche degli anni Settanta. La storia è nota. Le domeniche a piedi, il piano nucleare che salta e il referendum del 1987. D’altra parte, a questo è seguita una lunga combinazione di eventi favorevoli. Abbiamo avuto il gas russo a basso prezzo, con la tecnologia dei cicli combinati, che ha aumentato moltissimo l’efficienza delle centrali a gas e quindi la possibilità di produrne energia elettrica con il gas. Poi c’è stata la crisi ucraina. Pensavamo di esserne usciti, pur con costi maggiorati sul 2022. Adesso c’è il Golfo. È chiaro che, per un Paese dipendente all’80 per cento da energia di importazione, questa è una botta».

Cosa dobbiamo fare a questo punto? Nucleare civile o tornare a estrarre?
«Le soluzioni a reazione immediata non esistono. Sul breve, finirà come con la guerra in Ucraina. Si dovrà per forza mettere mano al bilancio pubblico e definire un sostegno alle famiglie più deboli e ai settori industriali più esposti».

Sarebbe ragionevole rivedere i decreti energia, ritoccare le accise?
«Assolutamente sì. Ripeto però, dipende dalla durata del conflitto. Il gas ha praticamente raddoppiato il prezzo in una settimana (ieri il Ttf di Amsterdam ha sfiorato i 65 €/MWh, per poi riposizionarsi sui 65€, Ndr). Questo ricade sui prezzi dell’elettricità, che però fa soltanto il 25 per cento dei nostri consumi energetici. I tre quarti restanti sono generati da trasporti, riscaldamento, industria. Ovvero dagli idrocarburi. E qui si arriva al nodo del problema».

Ovvero?
«Ovvero che le rinnovabili avranno pure un futuro. Ma non sono sufficienti a far fronte alla domanda di energia in crescita. Inoltre, più aumenta la penetrazione delle rinnovabili, più crescono i costi per integrarle nel sistema. La loro non continuità impone di pensare allo stoccaggio. Batterie, livelli elettrici e altre infrastrutture, stando a Terna possono pesare il 70 per cento più della produzione elettrica attuale».

Ne emerge uno scenario pessimistico…
«No, non è così. In tempi rapidi le soluzioni sono complesse, ma quelle di medio-lungo periodo sono tutte valide. Prima si è accennato al nucleare e all’estrazione. Bisogna riprendere in mano entrambi i dossier. Il Mediterraneo è costellato di giacimenti di gas. Davanti all’Egitto, Israele, Cipro e altrove. Noi, per quarant’anni, abbiamo rinunciato a fare esplorazione».

E perché?
«Per il timore di spendere soldi inutilmente. Si ha paura che poi non arrivino le autorizzazioni a estrarlo. L’ultima ad aver fatte ricerca nel nostro Paese è stata l’inglese Rockhopper Exploration plc, che aveva acquisito i diritti per esplorare il giacimento offshore Ombrina Mare (nel mare Adriatico, al largo dell’Abruzzo, Ndr). Nel 2015-2016 il governo italiano blocca il progetto per ragioni ambientali, sulla base della moratoria trivelle entro le 12 miglia. Gli inglesi fanno causa allo Stato, il quale concede un rimborso di 200 milioni di euro. Da allora, nessun’altra compagnia di gas o petrolio è tornata qui da noi».

Si è perso tempo e opportunità.
«Eccome. La stessa Eni è leader mondiale nell’esplorazione. È stata sua l’individuazione di importanti giacimenti offshore africani. Ebbene, pur avendo in casa un campione nazionale del settore, preferiamo non utilizzarlo. Che spreco!».