L’elemento meno interessante della notizia è questo: che è falsa. L’esercito israeliano non ha mai ammesso di aver fatto 70mila morti a Gaza, come invece prendevano a titolare un paio di giorni fa pressoché tutti i mezzi di informazione. E tanto meno quell’ammissione è stata fatta “da Israele”, come invece indicavano i più disinvolti propalatori della notizia falsa. Ma il fatto che né l’esercito né qualche rappresentante istituzionale di Israele abbiano mai dichiarato qualcosa di simile rappresenta, appunto, il lato meno rilevante della faccenda.

Ciò che conta è la coppia di dettagli – chiamiamoli così – di cui non si tiene conto quando si evoca quel numero. Il primo, magari noioso da ricordare ma difficile da accantonare: vale a dire che quella cifra – vera o falsa che sia, documentata in modo attendibile o invece buttata lì senza controllo – riguarda in ogni caso il totale dei decessi, senza distinzione tra civili e combattenti. E include una quota non insignificante di morti per cause naturali. Il tutto, per stessa “ammissione” (qui il termine ci sta in pieno) della parte che ha fornito quei numeri: cioè il Ministero della Salute di Gaza, cioè Hamas. Il secondo dettaglio – chiamiamolo ancora così – è che quei morti, che sarebbero tantissimi anche se fossero la metà, sono stati fatti in una guerra. Una guerra scatenata dalle milizie e dalle forze terroristiche di Gaza, peraltro composte anche da “civili”. Una guerra scatenata, combattuta e portata avanti dalla parte – quella palestinese – che non solo ha rivendicato di averla intrapresa, ma ha dichiarato senza sosta di volerla continuare ripetendo dieci, cento, mille volte i massacri del 7 ottobre.

Non si è mai vista una guerra destinataria di un monitoraggio quotidiano e tanto occhiuto sul numero dei morti. Perché? Di nuovo, per due motivi. Innanzitutto, perché l’aumentare del numero dei morti era funzionale alla strategia bellica di Hamas. Ogni morto è un risultato, per Hamas: non una perdita. In secondo luogo, la guerra di Gaza è osservata e giudicata dal punto di vista di questo inedito standard perché a combatterla è Israele, cioè lo Stato degli ebrei. Al quale è negato il diritto di fare la guerra per difendersi da chi vuole distruggerlo. Nessuna guerra diventa una cosa buona perché a farla è la parte buona: resta comunque una cosa cattiva. Ma la guerra di Gaza è una cosa cattiva perché a combatterla è lo Stato ebraico.

Ancora: perché? Semplice: perché, secondo questa impostazione discriminatoria, lì lo Stato ebraico proprio non dovrebbe esserci. Visto che si è impiantato illegittimamente laggiù, lo Stato degli ebrei non difende nulla che possa essere legittimamente difeso. E se è così – e nel sentimento diffuso è esattamente così – allora non una guerra di due anni, ma anche solo di due giorni, diventa inammissibile. E non solo settantamila morti, ma anche solo settanta, denuncerebbero una colpa irrimediabile. E in ragione di questo pregiudizio diventa persino superfluo indagare su quanti, tra tutti quei morti, fossero in realtà combattenti. Perché allo Stato degli ebrei non è riconosciuto il diritto di combattere contro chi lo combatte.