Gaza, la narrazione pericolosa di Alessandro Di Battista che prende i suicidi nell’Idf e li spaccia per prova

La narrazione di Alessandro Di Battista (più che eloquente nel suo post su FB) fa un’operazione semplice e, proprio per questo, profondamente scorretta: prende un dato drammatico — suicidi e tentativi di suicidio tra militari israeliani — e lo spaccia per “prova” di una tesi politica già scritta, cioè che quei gesti sarebbero la conseguenza diretta del rimorso per “ciò che hanno commesso”. È un comunicato apodittico e una scorciatoia emotiva, non un ragionamento. E soprattutto è una strumentalizzazione di un fenomeno clinico complesso che ha un nome, una storia e una letteratura enorme: disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

Il PTSD è una condizione riconosciuta e definita in ambito medico e psicologico, che può insorgere dopo l’esposizione a eventi traumatici, con sintomi che includono rivissuti intrusivi, incubi, ipervigilanza, evitamento, alterazioni dell’umore e della cognizione, e un impatto pesante sul funzionamento quotidiano. Non colpisce “i cattivi”, colpisce esseri umani esposti alla violenza, alla paura, alla perdita, al senso di impotenza. L’OMS lo descrive in questi termini e ricorda anche un punto che spesso sfugge: non tutti gli esposti a traumi sviluppano PTSD, ma quando accade è trattabile e richiede una presa in carico seria. In ambito militare, poi, il tema è studiato da decenni: combattimento, bombardamenti, imboscate, visione diretta di morti e feriti, responsabilità operativa, perdita di commilitoni, turni prolungati, deprivazione di sonno, rientro alla vita civile, isolamento, depressione e abuso di sostanze sono tutti fattori che possono concorrere a esiti estremi. La ricerca sulla relazione tra esposizione al combattimento, sintomi PTSD e rischio suicidario è ampia; spesso la catena causale passa da PTSD, comorbilità (specie depressione) e difficoltà di reintegrazione, non da una singola “spiegazione morale” buona solo per i social, o per Di Battista.

È qui che la semplificazione dell’ex deputato grillino diventa esecrabile: trasforma un tema clinico (e umano) in un tribunale ideologico. Il “rimorso” può certamente esistere — nella letteratura si parla anche di moral injury — ma ridurre suicidi e tentativi di suicidio a “non hanno retto psicologicamente l’assassinio…” è un salto logico, un mero atto di propaganda. È anche una forma di disumanizzazione: i soldati non sono più persone con traumi, diventano comparse funzionali a una sceneggiatura (“si suicidano perché sanno di essere criminali”). È una spiegazione che non spiega: è un trucco che serve solo a inchiodare l’avversario alla colpa.

Nel quadro complesso del PTSD, attribuire tutto al “rimorso per le vittime innocenti” è doppiamente falso: perché è riduttivo sul piano clinico e perché è arbitrario sul piano logico. Un soldato può sviluppare la sindrome per il terrore provato sotto attacco, per aver visto morire un compagno, per aver recuperato corpi, per aver vissuto settimane di iperallerta e poi essere crollato, per la difficoltà di “spegnere” il cervello una volta tornato a casa. Può esserci anche la dimensione morale, certo. Ma non è “la” causa unica, e nemmeno quella principale, e soprattutto non è una prova di ciò che Di Battista vuole far passare come verità incontrovertibile.

C’è un’ultima conseguenza, forse la più grave: questa narrazione scoraggia proprio ciò che sarebbe necessario, in Israele come ovunque — cioè parlare di salute mentale, favorire la diagnosi, normalizzare la richiesta d’aiuto, potenziare i servizi e ridurre stigma e vergogna. Quando trasformi il PTSD in un argomento da meme (“si suicidano perché sono colpevoli”), stai dicendo implicitamente che chiedere aiuto equivale a confessare un crimine. È l’opposto di ciò che fa una cultura civile. Si può essere duramente critici verso scelte politiche e militari, e anzi è legittimo e doveroso discutere di proporzionalità, diritto bellico, responsabilità dei governi. Ma usare i suicidi come clava retorica per dimostrare una tesi preconfezionata è un altro mestiere: è propaganda che si nutre di sofferenza.