In un’epoca segnata dal ritorno dei blocchi e dalla competizione esplicita tra sistemi-Paese, la sicurezza nazionale non si definisce più solo sui perimetri militari o energetici. Oggi, il vero campo di battaglia si è spostato sulla geopolitica invisibile del capitale, dove il controllo degli asset finanziari strategici determina l’autonomia e la resilienza di una nazione.
L’attuale fase di riassetto del sistema bancario e assicurativo italiano – simboleggiata dalle dinamiche che gravitano attorno a istituti come Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca – non può e non deve essere interpretata come una mera operazione di finanza straordinaria. È, al contrario, un momento di redistribuzione del potere economico che impone alla classe dirigente italiana una riflessione radicale e strategica sul concetto di sovranità finanziaria. Il grande paradosso italiano risiede nella sua storica capacità di generare eccellenze industriali e finanziarie che, una volta mature, divengono prede ambite sui mercati globali. La finanza d’affari, erede della tradizione del dopoguerra, ha sempre cercato di bilanciare la logica del profitto con l’interesse superiore del sistema-Paese, sebbene tra le pieghe di una governance talvolta opaca.
Oggi, l’integrazione tra un istituto a vocazione commerciale e territoriale e una banca d’investimento e holding non è un fatto neutro, ma riorganizza flussi di capitale, reti di influenza e, soprattutto, la destinazione del risparmio nazionale. La mossa più significativa, in questo quadro, è il destino riservato ai “diamanti” in cassaforte, primo fra tutti Assicurazioni Generali. Generali non è una compagnia qualsiasi; è un investitore istituzionale con una funzione quasi para-statale, in quanto massimo detentore privato di Titoli di Stato italiani. Il suo portafoglio è un baluardo che garantisce la stabilità del debito sovrano, proteggendo il Paese dagli attacchi speculativi e dalla volatilità dei mercati. Mantenere il controllo di Generali in mani nazionali non è una clausola protezionistica, ma una dottrina di difesa strategica essenziale.
La sfida per il Governo è duplice. Da un lato, deve completare l’opera di risanamento del sistema, riducendo l’ingombrante presenza dello Stato negli istituti che devono tornare pienamente al mercato. Questa è la lezione storica della finanza illuminata: il pubblico deve fare il suo ingresso in fase di emergenza e la sua uscita deve coincidere con il ritorno alla normalità. Dall’altro lato, però, l’Esecutivo deve assicurare che la finanza privata, una volta riorganizzata, sia forte e coesa abbastanza da non subire eterodirezioni esterne. Questa visione di consolidamento, peraltro, non è estemporanea, ma affonda le radici nella recente spinta informale impressa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per prefigurare una strategia condivisa, mirata alla costituzione di un vero e proprio Terzo Polo bancario, capace di aggregare forze e raggiungere la massa critica.
L’obiettivo non è solo creare campioni nazionali, ma dotarsi di player con sufficiente peso per competere con i giganti europei e globali, scongiurando la frammentazione che rende strutturalmente vulnerabili di fronte alle acquisizioni ostili e alle ingerenze finanziarie. Si tratta di applicare il Principio di Sussidiarietà Globale: lo Stato arretra dal perimetro economico, ma avanza nel perimetro strategico. Ciò significa usare, quando necessario, strumenti di tutela come il Golden Power non solo per settori tradizionalmente sensibili, ma anche per proteggere le fondamenta del sistema creditizio e assicurativo che influenzano direttamente la fiducia nel debito sovrano.
Infine, significa chiedere alla governance dei nuovi poli finanziari una visione che, pur massimizzando il valore per gli azionisti, sia allineata con l’interesse superiore del sistema-Paese in termini di investimenti, occupazione e stabilità. L’attuale riassetto è l’opportunità per l’Italia di forgiare un nuovo modello di capitalismo relazionale. Un modello che, superando i vecchi salotti, ponga in equilibrio il dinamismo del mercato con l’esigenza irrinunciabile di proteggere gli strumenti della propria sovranità economica. In gioco non c’è solo un bilancio, ma la capacità del Paese di proiettare i propri interessi nell’agone globale del XXI secolo.
