Il 17 febbraio si è aperto a Ginevra un nuovo round di colloqui tra Russia e Ucraina. Ma mentre i delegati si sedevano al tavolo, i missili continuavano a colpire. Non è un paradosso: è una strategia. Nei conflitti contemporanei la diplomazia non sostituisce la forza, la accompagna. La questione non è “pace o guerra”, bensì chi determina tempi, condizioni e prezzo politico di un eventuale accordo. Ginevra non è una scelta casuale. È il simbolo della governance multilaterale, del diritto internazionale, della costruzione paziente di regole comuni. Portare lì il negoziato significa tentare di incardinarlo in una cornice istituzionale. Ma senza un cessate il fuoco, il tavolo resta esposto alla pressione del campo di battaglia.
Dal 2022 il conflitto è entrato in una fase di logoramento: contano la capacità industriale, la resilienza economica, la tenuta democratica. Gli attacchi con missili e droni durante i colloqui non sono solo operazioni militari: sono messaggi politici. Servono a influenzare la controparte, ma anche gli alleati e le opinioni pubbliche. Mosca punta a dimostrare che il tempo non gioca contro di lei e che la prosecuzione del conflitto è sostenibile. Kyiv, al contrario, deve evitare che il negoziato diventi la via per normalizzare un’occupazione senza garanzie di sicurezza credibili. Per l’Ucraina parlare di territorio senza un quadro robusto di deterrenza e ricostruzione significherebbe congelare un’instabilità destinata a riesplodere. Qui l’Europa è chiamata a una scelta di responsabilità: sostenere l’Ucraina non è solo un dovere morale, è una necessità strategica.
Ogni guerra ha un impatto diretto sulla finanza pubblica. Sostegno militare, aiuti macrofinanziari, gestione dei rifugiati, transizione energetica accelerata: tutto incide su deficit e debito. Ma l’idea che una pace fragile costerebbe meno è un’illusione contabile. Una soluzione priva di garanzie aumenterebbe il rischio di una ripresa del conflitto, moltiplicando i costi nel medio periodo. La stabilità dell’Europa orientale è un bene pubblico europeo: come tale richiede investimenti comuni, strumenti condivisi e una vera integrazione della difesa. Sostenere Kyiv oggi significa ridurre il costo potenziale di un domani più instabile. È una logica riformista: prevenire è meno oneroso che riparare.
La mediazione americana è più visibile rispetto alle fasi precedenti. Washington cerca di trasformare il conflitto in un processo gestibile, con passaggi verificabili. È comprensibile: ridurre l’incertezza europea consente di concentrare risorse su altre priorità globali. Ma l’Unione europea non può limitarsi a seguire. Deve contribuire a definire la cornice giuridica dell’accordo: meccanismi di monitoraggio, protezione delle infrastrutture critiche, eventuali missioni di sicurezza. Senza una voce europea unitaria, la sostenibilità politica di qualunque compromesso resterà fragile.
Nel migliore dei casi, Ginevra produrrà un’architettura di processo: corridoi umanitari estesi, un canale tecnico stabile, una disciplina sugli attacchi contro infrastrutture civili. Non una pace definitiva, ma una riduzione del rischio sistemico. In questo quadro, l’UE potrebbe guidare la ricostruzione e rafforzare la propria autonomia strategica. Nel caso peggiore, i colloqui diventeranno una copertura narrativa mentre la pressione militare aumenta. La guerra si intensificherebbe e le divisioni occidentali crescerebbero. Per l’Europa sarebbe il momento della verità: o più integrazione, o irrilevanza. Per noi liberali ed europeisti la linea è chiara: difendere l’Ucraina significa difendere l’idea che i confini non si cambiano con la forza. Significa proteggere il diritto internazionale e, insieme, la sostenibilità dei nostri bilanci. Ginevra è un banco di prova. Se l’Europa saprà restare unita e investire nella propria sicurezza comune, la forza del diritto potrà ancora orientare la politica di potenza. Se invece prevarrà il calcolo miope, pagheremo un prezzo più alto – economico e democratico – negli anni a venire.
