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Giorgia Meloni, le elezioni anticipate sarebbero un errore. Il governo ragioniere aiuti quello politico
C’è chi spinge Giorgia Meloni a interrompere adesso la legislatura: sarebbe uno sbaglio, un grave errore di valutazione. La premier non è il decisore dello scioglimento delle Camere; diventerebbe l’oggetto del gioco altrui.
Ma, peggio, le elezioni anticipate sarebbero anche la via per ferirne l’immagine e la personalità: con la fine anzitempo della legislatura verrebbe meno il patto politico e sentimentale tra la presidente del Consiglio e il corpo elettorale; il quale non è un’astrazione, ma un dato vivente, con una intelligenza unitaria e una consistenza reale, che va al di là della coalizione di centrodestra. E che, stando ai sondaggisti, mantiene pressoché intatto l’affidamento nella prima donna premier. Poi, stima a parte, che pesa nella fiducia collettiva, c’è un rapporto illuministico: la presidente del Consiglio ha sottoscritto con gli elettori un contratto di governo per cinque anni; non meno.
Chi può assumersi la responsabilità di farglielo rompere, dopo che più volte lei stessa ha giurato il contrario? Senza andare lontano, Macron ha pagato caro questo errore, poco meno di due anni fa. E poi in nome di cosa? La vittoria del No è stato un insuccesso per il centrodestra, ma in una partita molto diversa dalle elezioni legislative. Si sa: l’invincibilità in politica non esiste, le cadute capitano – devono capitare – nel cammino di una leader sulla quale, tagliando il traguardo di premier più longevo della Repubblica, molti scommettono come statista del futuro. I calcoli di convenienza, il contraddire il proprio dictum, non appartengono alla natura e all’estetica di Giorgia Meloni: la quale deve “raffreddare” il quadro politico, incluso il suo mondo, e andare avanti; non sia spinta a inverare, per mano propria, le speranze di opposizioni che già si combattono nel campo largo; tra qualche mese saranno già asciutte di una “vittoria” che non è loro.
Le toghe, vere vincitrici del referendum, già bussano: l’esecutivo apra; discuta con loro alla luce del sole; senza pregiudizi. E il dialogo se lo intesti direttamente Palazzo Chigi: il parlamento può ancora varare una giustizia più vicina al cittadino, con legge ordinaria; ci sono 12 milioni e mezzo di Sì che la esigono. Poi, occorre una legge elettorale inclusiva e un pacchetto di poche cose da fare da qui al settembre 2027, un portafoglio di risorse da investire per la gente; che un governo ha sempre e se non le ha, le cerca. Il Mef, bravo nel mantenere i conti, il deficit-Pil, il rating, lo spread, Tim, ora sia più bravo nel trovare i fondi per le famiglie e per le imprese che vanno sostenute fiscalmente; per i cervelli giovani che vanno via, i cui segnali vanno raccolti; metta mano alle scorte con un grano di fantasia; di raziocinante fantasia. Il “governo ragioniere” sia capace di aiutare il governo politico e chi lo guida; per continuare ad aiutare gli italiani; adesso.
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