Giorgia Meloni lo sa: il referendum è politico. Così si apre la strada alle elezioni del 2027

Altro che referendum “neutrale”. La riforma della giustizia ha scoperchiato il vaso di Pandora di un conflitto che covava da anni: quello tra politica e magistratura.

La campagna referendaria è ormai una campagna elettorale mascherata, con toghe e associazioni di categoria schierate come partiti e la Cassazione finita al centro di una disputa che nulla ha di tecnico. Piaccia o no, il referendum sulla riforma della giustizia ha di fatto aperto la campagna delle elezioni politiche. Giorgia Meloni è entrata nel confronto referendario, inserendo il tema della riforma della giustizia nel più ampio quadro del confronto politico nazionale. Per lungo tempo, la presidente del Consiglio ha privilegiato il profilo internazionale, ma dopo la scissione di Vannacci dalla Lega e il recupero del fronte del No sul Sì, registrato da alcuni sondaggi, ha scelto di scendere direttamente nell’agone referendario. Per una politica di lungo corso, che ne ha viste di cotte e di crude, il segnale è stato chiaro: non era più tempo di restare alla finestra.

È iniziato un percorso che intreccia referendum ed elezioni politiche. L’avvisaglia più significativa è arrivata con la decisione della Cassazione sul quesito referendario, riformulato non secondo l’impostazione originaria del governo, ma integrato con le richieste avanzate dai comitati del No. Una scelta che dovrebbe far riflettere. Non è una novità che una parte consistente degli ermellini del Palazzaccio sia schierata per il No. L’intervento del presidente Pasquale D’Ascola alla cerimonia di inaugurazione in Cassazione ha reso plastica una postura che era già chiara. La politica farebbe bene a evitare un’escalation muscolare: l’eccesso di conflittualità rischia di alimentare ulteriormente una frattura già profonda. Nello scontro referendario, l’indipendenza della magistratura sta perdendo prestigio e, soprattutto, quell’aura di terzietà che dovrebbe collocarla al di sopra delle parti. La magistratura non è un potere dello Stato, anche se nel tempo se n’è di fatto attribuita la funzione. È, costituzionalmente, un ordine dello Stato. E proprio in questo alveo fatica a rientrare, perché non vuole perdere le prerogative conquistate sul campo, sorrette da una cultura corporativa e conservatrice, più incline allo status quo che alle riforme.

In Italia questa cultura viene da lontano. Ma l’indipendenza non è solo una condizione sostanziale: è anche una percezione pubblica. La magistratura non deve soltanto essere indipendente, deve apparirlo. È un obbligo che discende dalla Costituzione, dal fair play istituzionale e dalla stessa giurisprudenza della Cassazione. È lecito, invece, interrogarsi sull’opportunità che, nel processo di riformulazione del quesito, non si sia valutata l’astensione di quei giudici che si sono pubblicamente esposti per il No. Nessuno mette in discussione la legittimità formale del lavoro svolto dalla Cassazione, né intende delegittimare l’istituzione. Il punto è un altro: la percezione di imparzialità.

In questa vicenda, l’Associazione nazionale magistrati ha assunto un ruolo centrale, vestendo apertamente i panni di un partito politico. La campagna referendaria dell’Anm, con manifesti affissi negli spazi pubblici, rappresenta la separazione delle carriere come un attacco all’autonomia e all’indipendenza. Eppure il referendum nasce dal tentativo di ristabilire un confine, non di abbattere una garanzia. Confondere le due cose significa tradire lo spirito costituzionale, non difenderlo.