Nei giorni scorsi tutte le opposizioni (compresa Azione) hanno presentato e votato una risoluzione comune contro la partecipazione del governo italiano, in qualità di osservatore, al Board of peace promosso da Donald Trump. Oltre a vaghi riferimenti di carattere costituzionale l’argomento forte della critica è da tempo un leitmotiv ripetuto a ogni stormir di fronda: la sottomissione di Giorgia Meloni all’inquilino della Casa Bianca.
Una critica analoga viene rivolta alla premier anche da un importante servitore delle istituzioni come Mario Monti, una personalità di cui ho una grande stima. Ed è proprio questa stima che mi ha reso incomprensibile l’intenzione del senatore a vita di votare No nel referendum del 22/23 marzo, se nel frattempo Giorgia Meloni non prende decisamente le distanze da Trump. Ma che cosa dovrebbe fare Giorgia Meloni per dimostrare di non essere una vassalla di Trump? E a che cosa servirebbero, nell’attuale contesto geopolitico, gli atti a prova di una maggiore autonomia?
Certo, alcune scivolate si potevano evitare, come la proposta del Premio Nobel per la Pace a Trump, anche se è difficile negare che il presidente pro tempore degli Usa abbia un ruolo determinante nei conflitti in corso. Basterebbe chiedere a Zelensky il quale ha capito che Trump lo vorrebbe vendere a Putin per un piatto di lenticchie, ma si guarda bene dal rompere con lui. Qui c’è una questione fondamentale da tenere presente. Quando the Donald ha sbandato sull’Ucraina, Meloni lo ha seguito o richiamato all’ordine? È più subordinato a Trump chi difende la causa dell’Ucraina o chi, anche in Italia, la vorrebbe disarmata e pronta alla resa?
E nel caso della Groenlandia, Meloni ha forse incoraggiato le intenzioni espansive di Trump o si è allineata alle posizioni dell’Unione europea? Per non essere subordinata avrebbe dovuto mandare sull’Isola 15 carabinieri? È meno subordinato Macron, che a Davos ha definito Trump un bullo? L’autonomia si esprime con gli insulti e le pernacchie o attraverso quelle politiche di riarmo che sono tanto contestate dalla sinistra e che invece consentirebbero all’Europa di fare a meno di quell’ombrello americano che Trump sta per chiudere?
L’ultimo invito perentorio che la sinistra rivolge a Meloni riguarda la questione dei dazi, dopo l’intervento della Corte suprema Usa. Anziché vergognarsi per aver toppato gli effetti dei dazi sull’economia italiana (l’export è aumentato del 3,3%), Elly & compagni chiedono al governo di “prendere posizione” in una materia di cui è competente la Ue e versa ora in grande confusione, tanto da raccomandare risposte coordinate e meditate.
Non può mancare, infine, qualche considerazione sul Board of Peace. È in preparazione o in campo un’alternativa più corretta politicamente per la ricostruzione di Gaza? La sinistra continua a santificare quel sepolcro imbiancato dell’Onu che è divenuto ormai, nel nuovo quadro geopolitico, un anacronismo storico e che si è dimostrato impotente nell’affrontare le gravi crisi. Il Consiglio di sicurezza è paralizzato dai veti; l’Assemblea è dominata dagli Stati canaglia, la cui principale preoccupazione è quella di votare risoluzioni di condanna di Israele.
A Srebrenica, trent’anni or sono, il contingente Nato non riuscì a fermare il massacro dei musulmani bosniaci da parte delle milizie serbe. Dovette intervenire la Nato. L’Italia non si tirò indietro. Ma allora era presidente del Consiglio Massimo D’Alema, perché soltanto un ex comunista era in condizione di fare la guerra senza che in Italia ci fossero le piazze piene di manifestanti pacifisti.
