Giorno della Memoria, le lancette della storia sono tornate indietro

CAMPO PRIGIONIA DI AUSCHWITZ, STERMINIO CONCENTRAMENTO FORNO CREMATORIO, FORNI CREMATORI

«Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta», scriveva Primo Levi, ritrovando l’ineludibilità dell’altro come in un frammento di senso. Stare nel mondo e nella vita passa da quell’alterità scomoda e raccapricciante talvolta, e talaltra capace di infondere conforto, forse amore. Essere vuol dire imbattersi nell’altro, farci i conti. E farli con onestà, anche se si tratta dell’altro per eccellenza: l’ebreo. Il Giorno della Memoria è una presa di coscienza seria: significa ammettere uno squarcio nella tela della civiltà e la volontà di ricucirlo; chiedere perdono per il silenzio complice, la reificazione di persone vive, l’odio. Significa dire l’indicibile, oppure tacere.

Tardi, dopo più di un cinquantennio, l’Italia ha scelto di ricordare la Shoah, ammettendo senza sotterfugi di raccontare l’inammissibile: un evento storico la cui brutalità la rende paragonabile a tragedie come quella curda e armena, ma la cui unicità, per sistematicità burocratica e “industriale”, non la rende paragonabile a nient’altro. Lanciarsi in parallelismi dell’ultim’ora per accusare gli ebrei di crimini contro l’umanità significa profanare quella memoria, inconsciamente autoassolversi dall’imperdonabile. Perché quello che successe durante la Shoah fu imperdonabile; eppure la comunità deve ricomporsi, superare l’insuperabile, scendere a patti con quell’orrore, per ridarsi sorgivamente nuova vita, per non decretare la propria stessa fine.

Dopo il Sabato Nero, quei vent’anni circa di memorie generatrici di futuribile civile hanno vacillato clamorosamente, riportando in superficie il fiume carsico mai prosciugato dell’antisemitismo, mentre prendeva corpo una fitta trama narrativa tanto accecata dal risentimento da negare a Israele il diritto di difendersi; come in una grande rivalsa storica tanto intrisa di ipocrisia da celare il proprio franco antisemitismo dietro il paravento di un antisionismo proposto come critica politica.

Le lancette della storia sono tornate indietro di ottant’anni, e si è dimenticato ciò che non andava perduto: la lezione spietata della storia su quello che un uomo può fare a un altro. Altri giorni saranno per altri popoli, ma il 27 gennaio è il giorno della Shoah. È ai gentili, che serve spiegarlo, come serve un ripasso serio della lezione di Levi: «È non umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo». Gli ebrei questa lezione la conoscono già.