Giorno della Memoria, Molinari e le ferite aperte nell’82: “Antisionismo, nuovo antisemitismo”

MAURIZIO MOLINARI GIORNALISTA

«Il dovere di ricordare l’orrore della Shoah è diverso ma convergente con l’importanza di condannare l’antisionismo che dal 7 ottobre 2023 genera antisemitismo in Italia come nelle altre democrazie occidentali»: ad affermarlo è Maurizio Molinari, editorialista di Repubblica – giornale che ha diretto dopo La Stampa – nonché autore di libri sulla vita ebraica in Italia, dall’emancipazione del 1870 all’attentato alla sinagoga di Roma del 1982. Molinari era presente a quell’attacco terroristico così come, dopo il 7 ottobre 2023, ha subito più episodi di aggressione da parte di gruppi pro-Hamas: in questa conversazione con il nostro giornale coniuga passato e presente, parlando di «gravi minacce ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana».

La Giornata della Memoria di quest’anno è segnata dalle proteste delle Comunità ebraiche: va celebrata o è giusto fermarsi?
«Il Giorno della Memoria, che in Diaspora ed in Israele si ricorda in giorni diversi, fa parte integrante dell’identità ebraica. Preservarla è fondamentale perché aiuta le nuove generazioni a farla propria, assumendo su di sé la responsabilità del ricordo dello sterminio di sei milioni di ebrei da parte dei nazifascisti quando gli ultimi sopravvissuti non saranno più fra noi. Ricordare è un dovere verso chi non c’è più, verso i sopravvissuti, verso noi stessi».

Dal 7 ottobre l’antisemitismo è in effetti cresciuto esponenzialmente. Cosa distingue questa stagione di odio e quanto dobbiamo preoccuparci di questo trend?
«L’antisemitismo è una forma unica di odio perché attraversa i millenni sommando elementi di continuità con il passato e dí novità frutto del presente. La novità, oggi, è senza dubbio l’antisionismo, la delegittimazione dell’esistenza dello Stato di Israele e la volontà di fare proprio il messaggio con cui Hamas ha lanciato e legittimato il pogrom del 7 ottobre: Israele va annientato e ogni ebreo che ne sostiene l’esistenza è un sionista che merita la stessa fine. C’è una continuità fra le vittime del pogrom lanciato contro i civili israeliani e quelle di Bondi Beach in Australia: Hamas e Isis si dicono antisionisti per praticare il più feroce degli antisemitismi, quello che porta la morte. Poi ci sono gli elementi di continuità con il passato ed hanno a che fare con l’uso delle bugie per diffondere l’odio contro gli ebrei».

Come le possiamo riassumere?
«L’accusa di deicidio è stata la più resistente di queste bugie perché per 1965 anni i cristiani hanno creduto nell’uccisione di Gesù da parte degli ebrei, giustificando in questa maniera ghetti, persecuzioni, stragi, pogrom, espulsioni forzate, roghi e conversioni coatte. Ora la bugia più pericolosa è l’accusa di “genocidio” nei confronti di Israele perché è frutto della propaganda della Repubblica islamica dell’Iran che la creò artificialmente nel dicembre del 2006 al fine di delegittimare la Shoah. Fu la “Conferenza internazionale per la revisione dell’Olocausto” che si svolse allora a Teheran su richiesta dell’allora presidente Mahmud Ahmadinejad a inaugurare la campagna globale di disinformazione tesa a raggiungere il doppio obiettivo di banalizzare la Shoah ed accusare Israele di “genocidio” al fine esplicito di creare una narrazione capace di trasformare le vittime di allora nei carnefici di oggi. Le organizzazioni terroristiche espressione degli interessi di Teheran, da Hamas ad Hezbollah fino alla Jihad Islamica, hanno fatto propria tale tesi, rilanciandola contro Israele dopo il 7 ottobre 2023 al fine di attribuire allo Stato ebraico la totale responsabilità delle morti dei civili palestinesi a Gaza causate invece in maniera importante anche dalla decisione dei jihadisti di usare la popolazione come scudo umano, senza fare nulla per difenderla dagli attacchi militari».

Ricordando l’episodio del 9 ottobre 1982, quando dall’antisemitismo verbale si passò in Italia ai colpi sparati da un commando arabo contro i fedeli della sinagoga di Roma, in un episodio drammatico del quale lei fu testimone, quanto è sottile oggi il confine tra parole d’odio e violenza fisica?
«Ammetto che dal 7 ottobre 2023 ho ripensato spesso al 9 ottobre 1982. Per tre motivi. Primo: l’ondata di odio che oggi investe gli ebrei italiani è più estesa, capillare e feroce rispetto ad allora. Secondo: vi sono state in Italia numerose aggressioni ad ebrei, proprietà ebraiche e sinagoghe ma se non c’è stato ancora un attacco armato è perché il governo Meloni ha difeso i diritti degli ebrei italiani senza esitazioni, con un impegno costante e difficile su più fronti, dalla sicurezza dei luoghi di culto alle aule scolastiche. Terzo: sul volto del terrorista che il 9 ottobre 1982 tirò una bomba a mano contro di noi, mentre stavamo uscendo dalla sinagoga su Via Catalana, c’era un sorriso assai simile alle grida di gioia dei terroristi di Hamas mentre facevano strage di civili nei kibbutzim del Negev Occidentale. Come ha ricordato Sami Modiano, sopravvissuto ad Auschwitz, “anche i nazisti gioivano mentre massacravano gli ebrei” perché il culto dell’odio antiebraico porta con sé l’esaltazione del Male. Chi uccide gli ebrei gioisce perché si sente nel giusto».

Abbiamo assistito a episodi di intolleranza anche nelle università: sono state colpite figure come Parenzo, Fiano, Gori ed anche lei stesso, all’ateneo di Napoli. Da dove nasce questa avversione contro la libertà di parola?
«Ciò che colpisce in questi episodi è l’ostilità preconcetta da parte di gruppi di estremisti non interessati a qualsiasi forma di dibattito o confronto. A Napoli tentai invano di incontrare, parlare, con chi mi contestava. Mi dissero che non volevano avere nessun contatto con me. In quella come in altre occasioni gli insulti sono stati del tipo “ci fai schifo”, “vattene da qui”, “fuori i sionisti”. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la difesa dei diritti dei palestinesi o con le critiche ai governi di Gerusalemme bensì tradisce un’ostilità aprioristica contro alcuni esseri umani solo perché ebrei o percepiti come “sionisti”. È opportuno che il nostro Paese trovi il coraggio di fare i conti con quest’odio che è tornato fra noi. Perché costituisce una lampante violazione dei principi fondamentali della Costituzione repubblicana e perché si nutre della silenziosa indifferenza di quella “zona grigia” a cui Primo Levi dedicò pagine e riflessioni che non potrebbero essere più attuali».

Siamo nel pieno di una guerra cognitiva sul racconto di Israele e del popolo ebraico?
«L’antisemitismo è un veleno che ha bisogno delle parole e corre sul web: le autocrazie lo usano per portare scompiglio nella vita dei Paesi democratici. La guerra ibrida che Russia e Cina conducono, almeno dal 2016, contro le democrazie si nutre di qualsiasi tema a tal punto divisivo da poterci lacerare. Dal Covid alla guerra in Ucraina, dai moti indipendentisti in Catalogna alla questione dei migranti, sono stati “attori russi” e “attori cinesi”, sostenuti da Bielorussia, Iran e Corea del Nord, ad aggredirci con una campagna di odio e bugie che dopo il 7 ottobre 2023 hanno visto anche sostenere le più intolleranti tesi pro-Hamas. Studi ed analisi del Parlamento europeo documentano questo trend. Gli arresti in Francia di sospetti agenti russi coinvolti in azioni antiebraiche dopo il 7 ottobre avvalorano il sospetto che la guerra ibrida delle autocrazie abbia trovato nell’odio antisemita lo strumento più efficace per generare instabilità interna e dunque indebolire le democrazie dal di dentro. Il compito dei mezzi di informazione, in ogni Paese Ue e Nato, è far comprendere al grande pubblico l’entità ed il pericolo della guerra ibrida combattuta contro di noi. Essere consapevoli di quanto avviene è infatti la premessa indispensabile per iniziarsi a difendere».

Come possiamo fare in modo che il Giorno della Memoria resti un momento di unione e non diventi un terreno di scontro?
«Diceva Einaudi “conoscere per giudicare”. Conoscere ogni significa distinguere: la memoria della Shoà riguarda il dovere di preservare un ricordo talmente feroce da generare come reazione la costruzione dell’Europa unita così come combattere l’antisionismo significa fronteggiare la versione contemporanea dell’odio più antico. Sono binari paralleli, che devono essere perseguiti con uguale determinazione perché rafforzano il tessuto della nostra vita democratica».

Perché l’antisionismo è antisemitismo?
«Il sionismo è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, nasce e si sviluppa nell’Ottocento con temi e tesi che lo assimilano al Risorgimento italiano. Da qui il legame fra Herzl e Mazzini, fra Roma e Gerusalemme. Negare il sionismo significa negare il diritto degli ebrei ad avere una patria dopo duemila anni di Diaspora iniziati con la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte delle legioni di Tito nell’anno 70. Come disse il presidente Napolitano nel 2007 l’antisionismo è un “antisemitismo travestito”. Anche il capo dello Stato Mattarella ha condannato l’antisionismo: non a caso nel discorso del primo insediamento fece riferimento a Stefano Gaj Taché, il piccolo di 2 anni assassinato alla sinagoga di Roma il 9 ottobre 1982, definendolo una “vittima del terrorismo in Italia”. Ed in effetti Tachè è stato ucciso dall’antisionismo».

Non si è però riusciti ad avere un ddl antisemitismo in tempo per il Giorno della Memoria. Possibile che dividano perfino le definizioni internazionalmente in uso?
«Le iniziative legislative di Maurizio Gasparri e Graziano Delrio sono frutto della consapevolezza bipartisan dell’Italia repubblicana di combattere l’antisemitismo senza esitazioni né tentennamenti. Il riferimento alla formulazione dell’International Remembrance Holocaust Alliance (IRHA), approvata dal Parlamento Europeo nel 2017 ed adottata dal governo italiano nel 2020, costituisce un importante punto di riferimento per l’Europa ed è sinceramente difficile comprendere perché nel Pd di Elly Schlein si continui a mostrare fatica ed esitazioni davanti al sostegno per il ddl di Delrio, che esprime una posizione culturale e politica che aveva il partito di Giorgio Napolitano, Piero Fassino, Achille Occhetto, Romano Prodi ed Enrico Letta. La difesa dei diritti degli ebrei e di Israele appartiene in Italia alla cultura progressista come a quella conservatrice, ai laici come ai cattolici. I testi di Delrio e Gasparri riflettono questi valori comuni e repubblicani».