Giudici e Pm: essere colleghi non rafforza la terzietà, la indebolisce. Il codice Vassalli voleva la separazione

Quando la realtà disturba, c’è sempre qualcuno pronto a manipolarla. È il caso degli intellettuali alle vongole, di certi editorialisti di giornata e di alcuni costituzionalisti da talk show che, pur di difendere l’assetto vigente, negano l’evidenza: Giuliano Vassalli fu favorevole alla separazione delle carriere. Non è materia opinabile. È documentazione storica. Vassalli – giurista tra i più autorevoli del Novecento, padre del codice di procedura penale del 1988, protagonista della riforma costituzionale del giusto processo – affermò con chiarezza che parlare di sistema accusatorio è poco leale se Pubblico ministero e Giudice appartengono alla stessa carriera, agli stessi ruoli, allo stesso ordine. Essere colleghi non rafforza la terzietà: la indebolisce. Chi oggi sostiene il contrario o non conosce le sue parole o le travisa deliberatamente.

La tradizione socialista riformista non è mai stata corporativa. Da Filippo Turati a Giacomo Matteotti, da Pietro Nenni ad Agostino Viviani, la sinistra democratica ha difeso la libertà individuale contro ogni concentrazione incontrollata di potere. Nenni già negli anni Sessanta metteva in guardia dal rischio di una magistratura che diventasse “il solo vero potere”. Viviani denunciava gli abusi delle indagini preliminari e sosteneva la responsabilità civile dei magistrati. Vassalli si colloca esattamente in questa linea: garantista, riformista, costituzionale.

Non un nemico dell’indipendenza della magistratura, ma un difensore dell’equilibrio tra i poteri. Proprio per questo denunciò il peso della magistratura come gruppo di pressione capace di incidere sul legislatore, rendendo di fatto intoccabile il proprio ordinamento. La separazione delle carriere non è una vendetta contro i magistrati. È una misura di civiltà giuridica. Serve a garantire la terzietà del Giudice, condizione essenziale di ogni processo equo. Senza distinzione netta tra chi accusa e chi giudica, il sistema resta ibrido e la fiducia dei cittadini si indebolisce.

I numeri confermano l’urgenza della riforma: centinaia di migliaia di procedimenti si concludono con proscioglimenti. Dietro quei dati vi sono vite sospese, reputazioni compromesse, costi umani e sociali enormi. Se l’assoluzione arriva dopo anni di esposizione pubblica, il danno è già compiuto. E la responsabilità personale resta quasi sempre inesistente. Sostenere che tutto funzioni perfettamente significa ignorare il problema. Oppure difendere un equilibrio che tutela prima di tutto sé stesso. Ed è qui che emerge la questione più delicata.

L’ANM, associazione privata che rappresenta la magistratura, negli anni ha assunto tratti sempre più corporativi, con una correntocrazia che decide carriere, promozioni, incarichi direttivi e valutazioni di professionalità. Una struttura che, in alcuni passaggi della sua storia recente, è apparsa sovietizzata nella logica delle appartenenze interne, dove le correnti determinano sorti professionali e orientamenti culturali. Quando un sistema associativo diventa centro di potere autoreferenziale, capace di influire sulle dinamiche del CSM e sull’organizzazione degli uffici, il rischio non è l’indipendenza, ma il suo contrario: la chiusura corporativa. E una giustizia percepita come corporazione perde autorevolezza agli occhi dei cittadini.

Alla sinistra che oggi si oppone ricordiamo un fatto semplice: quando questa riforma poteva farla, non la fece. Oggi la contesta perché proposta da un governo avversario. È una scelta politica legittima, ma non si nasconda dietro il nome di Vassalli. La storia non si riscrive per convenienza. Giuliano Vassalli non è un’icona da brandire a corrente alternata. Il garantismo socialista non è una parola d’ordine, ma un metodo: equilibrio dei poteri, responsabilità, terzietà, tutela dei diritti fondamentali. È questa la lezione che attraversa Turati, Matteotti, Nenni, Viviani e Vassalli. Se la giustizia vuole restare credibile, deve accettare la riforma di sé stessa. Se la politica vuole essere degna della sua storia, deve avere il coraggio di non piegarsi ai corporativismi. Perché senza terzietà non c’è libertà. E senza libertà non c’è Repubblica.