Esteri
Gli ayatollah cercano di guadagnare tempo: ambiguità nei negoziati per proseguire con repressione e riarmo
Gli ayatollah sono corsi a Ginevra per un nuovo round di colloqui, forti di quanto è accaduto tra Usa e Venezuela con la strategia trumpiana di massima pressione culminata con l’arresto di Maduro. Intendono tenere aperta in tutti i modi la finestra dei negoziati, adottando una diplomazia di equilibrate concessioni, con la quale mostrano di voler aderire a parte delle richieste di Trump, ma mantenendo al contempo la capacità di deterrenza in campo militare, tenendo fuori dal negoziato la questione del possesso dei missili balistici. Teheran punta a guadagnare tempo cercando di apparire dialogante e disposta a cedere, ma su un solo punto: quello dell’arricchimento dell’uranio sopra la soglia del nucleare civile.
A Ginevra, Jared Kushner e Steve Witkoff rappresentano la delegazione americana, mentre quella iraniana è guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. L’obiettivo immediato è la fine del regime sanzionatorio che ha messo in ginocchio le finanze del Paese e risollevare quindi l’economia disastrata. Ma queste sembrano concessioni troppo esigue per l’amministrazione americana e per Israele, e i preparativi per una escalation militare si intensificano. I colloqui di Ginevra appaiono come l’ultima spiaggia per Teheran, mente le Guardie della rivoluzione islamica riprendono a mostrare i muscoli con le esercitazioni navali nello Stretto di Hormuz.
Teheran ha ribadito una sua vecchia proposta, mai onorata finora, quella della disponibilità a diluire una parte significativa del proprio stock di uranio arricchito al 60% riportandolo a una concentrazione inferiore al 20%, chiedendo però in cambio un “cronoprogramma di de-sanzionamento” immediato, che permetta l’accesso ai fondi congelati nelle banche internazionali e la ripresa delle esportazioni petrolifere verso i mercati asiatici ed europei. Ma quello iraniano sembra un ennesimo bluff per guadagnare tempo mentre l’orribile repressione procede a ritmo serrato.
Nel negoziato, però, continua a prevalere uno stato di ambiguità in cui entrambe le parti si accontentano di fare concessioni minime pur di concludere un accordo da vendere in patria come soddisfacente. A Washington potrebbe servire per salvare la faccia rispetto alle reiterate minacce di un attacco militare devastante con l’imponente armata navale schierata nel Golfo Persico. Dall’altra parte c’è Khamenei che vuole salvare da un possibile tracollo la Repubblica islamica e dimostrare che non ha ceduto alle richieste nemiche, ma che anzi avrebbe concluso un affare vantaggioso per il Paese.
Intanto Israele teme che l’ambizione di Trump di ottenere a ogni costo una vittoria diplomatica con la firma di un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano possa portarlo a trascurare minacce concrete e più urgenti (in particolare quelle rappresentate dall’arsenale missilistico iraniano), nonché a concedere un alleggerimento delle sanzioni che potrebbe consentire al regime di riprendersi. In effetti, allo stato attuale, i missili balistici dell’Iran rappresentano una seria minaccia contro Israele e l’intero Medio Oriente, dal momento che gli impianti nucleari sono stati parzialmente distrutti nella guerra del giugno scorso. Per Israele, dunque, qualsiasi accordo con l’Iran dovrebbe includere lo smantellamento del progetto missilistico balistico.
Ma attenzione. Teheran non ha cambiato posizione: la Repubblica islamica intende discutere solo del dossier nucleare e conservare il suo arsenale missilistico, la sua capacità di deterrenza, e si rifiuta di rinunciare totalmente alla sua capacità futura di arricchire l’uranio.
A tal proposito, una recente analisi delle immagini satellitari condotta dal New York Times indica che l’Iran ha effettuato lavori di riparazione su almeno una dozzina di siti missilistici danneggiati a giugno. Sembra proprio che Teheran stia dando priorità alla ricostruzione di una base di lancio, con annessi test missilistici da parte dei Pasdaran nel nord del Paese.
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