Gli italiani hanno diritto ad un pasto sano e accessibile. Un nuovo paradigma di welfare alimentare

Dietro ogni pasto servito in una mensa scolastica, ospedaliera o aziendale si muove un sistema industriale e sociale che traduce un diritto – quello all’alimentazione – in un servizio quotidiano. Parlare oggi di cibo pubblico e di ristorazione collettiva, quindi, significa affrontare una questione che riguarda la salute, la giustizia sociale e la sostenibilità. È un concetto molto chiaro in ANIR Confindustria, associazione che rappresenta le imprese del settore: il cibo pubblico rappresenta il fine, ovvero garantire a tutti un pasto sano e accessibile; la ristorazione collettiva è il mezzo, ossia l’organizzazione professionale che rende possibile quel diritto ogni giorno.

In Italia questo settore è una vera infrastruttura del welfare: circa mille imprese, oltre centomila addetti – per l’81% donne – e quasi un miliardo di pasti l’anno, per un valore che sfiora i sei miliardi di euro. È un sistema che alimenta la vita quotidiana di milioni di cittadini: il 36% dei pasti nelle scuole, il 30% nella sanità, il 26% nelle aziende e l’8% in altre collettività. Dietro questi numeri si riconosce una funzione pubblica essenziale: la ristorazione collettiva non è solo economia, ma anche educazione, salute e coesione sociale. Il tema del cibo è tornato al centro delle agende politiche internazionali. I grandi rapporti internazionali – come il Global Food Policy Report 2025 e il SOFI 2025 della FAO – indicano che la sicurezza alimentare del futuro dipenderà da sistemi pubblici in grado di garantire diete sane e sostenibili. Oggi oltre tre miliardi di persone nel mondo non possono permettersi un’alimentazione equilibrata, mentre cresce ovunque il numero di individui in sovrappeso o obesi. Anche in Italia il paradosso è evidente: aumentano sia la povertà alimentare sia l’obesità infantile. Il nuovo Piano nazionale per la prevenzione dell’obesità evidenzia che un terzo dei bambini tra i 6 e i 9 anni è in eccesso di peso, con picchi nelle regioni dove i servizi di mensa scolastica sono meno diffusi.

È in questo scenario, nazionale e globale, che il cibo pubblico assume un ruolo strategico: le mense scolastiche e ospedaliere diventano presidi di salute pubblica e strumenti di prevenzione. Ogni pasto equilibrato e sostenibile contribuisce a ridurre le disuguaglianze, promuove educazione alimentare e rafforza il legame tra comunità e istituzioni. Ogni anno in Italia vengono serviti oltre 600 milioni di pasti pubblici, per un valore di 3,3 miliardi di euro, che raggiungono circa undici milioni di cittadini. Secondo Save the Children Italia, solo un bambino su tre ha oggi accesso alla mensa scolastica: un dato che riflette la disomogeneità territoriale e che incide direttamente sulla qualità dell’apprendimento, sul tempo pieno e sui livelli essenziali delle prestazioni educative. Garantire una mensa sana e diffusa non è una spesa, ma un investimento nei diritti e nelle opportunità.

Le imprese della ristorazione collettiva, in questo quadro, non sono semplici fornitori: sono attori delle politiche alimentari. Promuovono sostenibilità, riducono lo spreco, sostengono le filiere locali e applicano standard di qualità sempre più elevati. Ogni giorno rendono concreti gli obiettivi dell’Agenda 2030: sicurezza, inclusione e salute. Integrare cibo pubblico e ristorazione collettiva nelle politiche nazionali significa costruire un nuovo paradigma di welfare alimentare. Serve riconoscere il valore del pasto come diritto fondamentale, finanziare stabilmente le mense pubbliche, premiare negli appalti le imprese virtuose e utilizzare il cibo come strumento di prevenzione e uguaglianza. Il cibo pubblico non è assistenza: è politica attiva di benessere collettivo. La ristorazione collettiva è la sua forza organizzativa e produttiva. Sono una delle leve più potenti per un’Italia più giusta, sana e sostenibile.