Gratteri e il lamento “di essere stato lasciato solo”

PQM torna ad occuparsi dei veri numeri del Procuratore Gratteri. Non è passato inosservato, infatti, il suo intervento all’assemblea generale di ANM. Nell’austera Aula Magna della Corte di Cassazione il Procuratore ha accusato l’associazione dei magistrati di averlo lasciato solo quando, a Catanzaro, avrebbe “alzato il livello” del contrasto al crimine, “lottando a mani nude” contro i poteri forti. Ha sostenuto, ancora, di esserne comunque “uscito bene”, vantando un tasso di ingiuste detenzioni inferiore alla media nazionale. Si tratta di una narrazione sganciata dalla realtà, come emerge dalle storie che anche oggi vi raccontiamo.

Ma per avere un riscontro serio della dimensione complessiva del fenomeno, abbiamo deciso di pubblicare la lucida analisi contenuta nel documento redatto dal Coordinamento delle camere penali calabresi (che potete leggere integralmente in quarta pagina), in risposta alle dichiarazioni di Gratteri. Scrivono, i Penalisti calabresi: «Non sappiamo a quali dati ideali il Procuratore faccia riferimento. Quelli reali raccontano una storia drammaticamente diversa: molte delle indagini della Procura di Catanzaro negli anni della sua direzione si sono concluse con numerose scarcerazioni e assoluzioni, anche di grande rilievo, con un tasso di ingiuste detenzioni che, in Calabria, risulta essere di gran lunga superiore alla media nazionale. Se guardiamo alle statistiche ufficiali del Ministero della giustizia rimbalzate da un quotidiano nazionale leggiamo che “negli ultimi sette anni lo Stato ha sborsato 220 milioni di euro per indennizzare i cittadini vittime di ingiusta detenzione, […]. Ben 78 milioni (il 35 per cento dei casi) in Calabria, terra di maxi operazioni con decine di arresti, poi finite in un flop. […] In altre parole, una regione che ospita soltanto 1,8 milioni di abitanti ha assorbito negli ultimi sette anni il 35 per cento dell’intera spesa destinata a risarcire le vittime di ingiusta detenzione. Un record, confermato anche nel 2024[…]”.

Nel mondo reale delle molte vittime delle maxi-operazioni, dunque, i numeri sono impietosi. Ma la questione è un’altra, più profonda. Occorre chiedersi se, in quegli anni, la magistratura calabrese sia stata davvero “libera, indipendente e serena”, o se piuttosto lo squilibrio di potere interno, determinato da un ruolo dominante della Procura, non abbia tolto serenità, soprattutto alla magistratura giudicante. È lecito domandarsi se un GIP che non accoglieva una sua richiesta cautelare non avvertisse il timore di essere equivocato o esposto, e se molti magistrati di quell’Ufficio così delicato non abbiano preferito lasciare il ruolo di giudice, trasferendosi in altri Uffici, pur di mantenere la loro autonomia e indipendenza rispetto a una pressione ambientale alta, legata anche alla forte figura del Procuratore e al suo metodo operativo.

Occorre interrogarsi, ancora, se la responsabilità dell’ANM non sia stata piuttosto un’altra: non già nell’“averlo lasciato solo”, ma nell’averlo lasciato “indisturbato”. Il silenzio della magistratura associata di fronte al modo di operare – a quel tempo – della Procura di Catanzaro è stato assordante. Senza ipocrisie: tutti sapevano, molti (anche tra i magistrati più attrezzati) non condividevano, ma nessuno aveva il coraggio di parlare (basta leggere le intercettazioni di Salerno, il grande fratello abbattutosi sul distretto, in una stagione di sospetti e di veleni), per rendersene conto. A Catanzaro, […] in nome di una lotta al male condotta spesso con la logica della “pesca a strascico”, sono stati travolti cittadini, famiglie e imprese, risucchiati in procedimenti che si sono poi sgonfiati nel tempo, ma non prima di aver lasciato dietro di sé macerie umane e sociali. Non è stata la Calabria ad essere smontata come un Lego, ma la vita di tante vittime innocenti […]. Peccato che, su questa rilevante quota di dolore, il Procuratore non abbia mai sentito il dovere di esprimersi e la responsabilità di chiedere scusa».