Ottavo piano della Procura di Napoli. Alle 11 è in programma una conferenza stampa su un piccolo blitz anti-Camorra e sui presunti legami tra cosche napoletane e calabresi nell’ambito della fornitura e dello spaccio di droga. Per Nicola Gratteri “è una novità“; per chi segue eventi del genere da anni non c’è nulla di particolarmente nuovo.
Basta fare piccole ricerche online o leggersi qualche vecchia relazione della Dia per cristallizzare che la ndrina o il clan di turno hanno fatto affari anche in passato in nome del dio denaro. Ma non è questo il punto. Passano 15-20 minuti e, dopo le formalità di rito e qualche informazione data ai giornalisti, l’ex procuratore di Catanzaro congeda i vertici dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli che sedevano al suo fianco e si dedica ai giornalisti presenti per parlare di tutt’altro. Il tema? L’imminente referendum sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo.
Dopo le polemiche delle scorse settimane, le sue parole “mal interpretate” sulle persone che voteranno Sì (“gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”), la replica stizzita di Nordio e l’intervento di Mattarella volto a placare gli animi, il procuratore di Napoli torna prepotentemente sull’argomento: “Rifarei quelle dichiarazioni perché la lingua italiana è la lingua italiana. Io pensavo che qualcuno avesse capito la lingua italiana e quindi mi sono affrettato la sera stessa ad andare a Piazza Pulita a spiegare”. Poi “quando ho visto che la gente continuava in malafede, questa volta a fare il giochino dell’estrapolazione della frase, ho detto chi vuole capire capisce”. Sottolinea (spiazzando probabilmente la sinistra giustizialista) che “non è un referendum sul governo, ma sui contenuti perché per 6 persone che si spostano da Giudice a Pubblico ministero si sta cercando di modificare 7 articoli della Costituzione”. E chiama in causa i Padri costituenti perché “quello è stato un lavoro che ha richiesto mesi da parte di decine di luminari del diritto, dell’economia e comunque della cultura in genere, non è possibile che sia sostanzialmente cambiato con un referendum”.
Ma l’apice si raggiunge con un report consegnato alla stampa sui dati dei suoi primi anni a capo della Procura partenopea. Statistiche relative agli anni 2024 e 2025 sulle ordinanze confermate all’80% dal Riesame e su sentenze (avvenute in questo biennio ma presumibilmente relative a inchieste datate, considerati i tempi non certo celeri della giustizia) che vedono la percentuale di condannati (primo grado? in Appello?) aggirarsi intorno al 70%. “Diffondo i dati per informare l’opinione pubblica del lavoro, della serietà di questo ufficio e di come siamo riusciti a costruire una struttura in crescita, in particolare da quando ci sono io (affermazione questa non certo gradita al suo predecessore Giovanni Melillo, ndr), dopo le continue diffamazioni che mi vengono fatte sistematicamente, in particolare da quando ho iniziato a parlare di referendum”. Diffamazioni che Gratteri quantifica in “dieci al giorno”, attribuendole al fatto “che nei sondaggi il No è salito. Quando io ho iniziato a parlare, sembravo l’ultimo dei samurai. Nessuno parlava, tutti si giravano dall’altra parte o facevano finta di non capire”.
Secca la replica di Enrico Costa, deputato di Forza Italia e vicepresidente commissione Giustizia: “Gratteri spiega trionfalmente che nel 2025 gli sono state ‘solo’ annullate 134 misure cautelari, come se fosse un successo. Lo spieghi alle persone arrestate e poi liberate dal Tribunale del Riesame. Vedremo quanti altri finiranno assolti dopo i processi. Sarebbe interessante inoltre se, tra uno spot referendario e l’altro, riflettesse sui numeri delle ingiuste detenzioni, alle quali lui è certamente estraneo, che si sono registrate a Catanzaro, sua precedente sede, tra il 2017 ed il 2025: 857 persone risarcite per oltre 41 milioni di euro. Sul podio nazionale”.
