Guerra in Ucraina, Sadun vede nero: “Lontani da una svolta, il problema è il dopo. L’Europa si isola dal mondo, Usa e Cina verso compromesso”

FILE - Traditional Russian wooden dolls called Matryoshka depicting China's President Xi Jinping and President Donald Trump at a souvenir shop in St. Petersburg, Russia, Nov. 21, 2024. (AP Photo/Dmitri Lovetsky, File)

«In Ucraina, il punto di crisi non è stato ancora raggiunto». Arrigo Sadun, economista, presidente e fondatore di Tlsg – International advisors, prima al Fondo monetario internazionale e al Ministero economia e finanza, porta la sua testimonianza a un pubblico di imprese chiamato in adunata da Faro Club, community di imprenditori e professionisti, dedicata al risk management e alle politiche di ottimizzazione degli acquisti di materie prime.

Con Putin, Trump ha fallito due volte in due mesi.

«Putin non ha ottenuto quello che voleva. Mentre Kyiv non può accettarne le imposizioni. Siamo quindi lontani da una svolta».

Nemmeno la disponibilità di Washington ad armare l’Ucraina può cambiare le cose?

«Il vero problema non è il cessate il fuoco. Ma il dopo. Per il processo di pace serviranno una leadership e risorse finanziarie non ancora identificate. Con queste incognite irrisolte non si può prevedere la risoluzione del conflitto».

Mentre in Medio Oriente si può essere ottimisti.

«La tregua a Gaza permette di riprendere in mano gli accordi di Abramo, anticamera di un cammino di normalizzazione dell’intera regione. È un’opportunità anche per l’Italia. Mi auguro che sappia coglierla. Indipendentemente dall’Unione europea».

In questo caso sì, onore al merito a Trump?

«Quando si parla di Medio Oriente, è bene chiedersi per quale motivo non sia successo qualcosa che invece tutti prevedevano».

Per esempio?

«Sa quante sono state le missioni aeree dell’aeronautica israeliana, dal 7 ottobre di due anni fa, su tutti i fronti che Israele aveva aperti? 7mila. Nessuno dei loro caccia è stato abbattuto. D’accordo la superiorità tecnologica, ma va detto che nessun Paese arabo ha interrotto le relazioni diplomatiche con il governo Netanyahu».

Gli Stati Uniti di Trump non sono poi così isolati.

«Per nulla. Anzi, è l’Europa che non riesce a tenere il passo con il resto del mondo. Stiamo vivendo una fase di transizione profonda. Il vecchio ordine mondiale è in disgregazione. Ci sono delle tendenze che permettono di formulare previsioni. Ma nulla di certo. Salvo il fatto che gli imprevisti saranno sempre più all’ordine del giorno e che, in questo caos, il vecchio continente non ha ancora capito come adattarsi. La sola cosa che è in grado di fare è accusare Donald Trump da una prospettiva ideologica. Ma viene smentita dalla realtà di una politica estera di Washington dinamica e un’economia in ripresa».

Ecco, parliamo dell’economia Usa. Come sta veramente?

«Se dovessimo seguire le previsioni dei critici all’Amministrazione Trump, diremmo che la crescita è intorno all’1,9%. Vivendo a Washington, però, percepisco la malafede della Fed e del Congressional Budget Office. Le stime realistiche indicano un +2,5%».

E questo di cos’è merito? Dei dazi, del Big beautiful bill (Bbb) non ancora entrato in vigore?

«L’inflazione non è esplosa, come invece si temeva. Oggi è al 2,9% (era al 7% tre anni fa, ndr). Gli investimenti, da inizio anno, sono cresciuti dell’8%. Facciamo un passo indietro, però».

La prego.

«Alla fine dell’Amministrazione Obama, gli Usa erano in affanno. L’allora crescita dell’1,5-1,9% era inaccettabile per il loro sistema demografico ed economico. Si parlava di “secular stagnation”. Una fase storica inevitabile. Tutto falso. Trump, la prima volta alla Casa Bianca, riuscì a invertire la rotta. Poi arrivò il Covid. Seguirono stimoli fiscali da 6 trilioni di dollari, a vantaggio di consumatori desiderosi di spendere dopo essere stati bloccati dalla pandemia. Fu lì che esplose l’inflazione. Oggi Trump sta soltanto cercando di recuperare i trasferimenti dati in eccesso. Siamo quindi in una fase di contrazione fiscale. Oggi il rapporto deficit/Pil è al 6,3%. L’obiettivo è scendere al 3%».

E questo si potrà fare solo grazie ai dazi?

«I dazi poggiano su tre gambe. Il riequilibrio della bilancia commerciale, il rilancio del manifatturiero, e con esso il mercato del lavoro, ma sono gli effetti fiscali quelli che più importano. Il Bbb prevede un riassorbimento in dieci anni di 5-6 trilioni di dollari. Esattamente quanto trasferito da Biden».

Tutto questo ottimismo non si scontra con l’incertezza globale a cui anche gli Usa sono esposti?

«In una fase di interregno, i rischi sono da mettere in conto. Se poi vogliamo fare un confronto con la bolla dei .Com (1997-2000, ndr), la differenza è sui tempi di recepimento. Quella venne spalmata in tre anni. Oggi l’applicazione dell’IA nell’economia reale è già in essere. Questo può mitigare gli effetti di una potenziale bolla».

E la Cina? Prima o poi, Trump dovrà fare i conti con Pechino.

«Le frizioni ci sono. È vero. Ma è più forte il bisogno reciproco che la rivalità. Appena entrambe le potenze si renderanno conto che una non può fare a meno dell’altra, si arriverà a un compromesso».

Alla luce di tutto questo, gli Stati Uniti sono ancora un alleato economico?

«L’economia Usa resta strategica per il mondo intero. E nessuno può rinunciarvi. Anche perché le loro industrie da qualche parte devono rifornirsi. Ora, proprio grazie ai dazi, le imprese italiane, come quelle che ho incontrato oggi, divengono più competitive di quelle asiatiche. Però attenzione. Non ci si può limitare a esportare. Bisogna andare e lì iniziare a produrre».

Un’ultima curiosità. Si dice che la Fed è l’unico nemico in casa per Trump. Dalle rive del Potomac, qual è la sua previsione?

«Di previsioni non ne faccio. Dico solo che negli Usa c’è chi ha nostalgia del tempo in cui le Fed erano tante quanto erano gli Stati dell’Unione».

Ma un successore di Powell non ce lo svela?

«Di getto direi Kevin Hassett. Oggi al vertice del National economic council».