Guerra Russia-Ucraina, UE al fianco di Kiev per tenere viva l’eroica resistenza

Dopo quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione, l’Ucraina si risveglia ancora una volta sotto le sirene antiaeree. Nelle scorse ore, missili e droni russi hanno colpito la Capitale Kyiv e altre aree del Paese danneggiando centrali elettriche, depositi, quartieri residenziali. Altri palazzi sventrati, vetri in frantumi, cantine trasformate in rifugi, altri cittadini morti. È lo stesso copione che si ripete da mesi. Ogni esplosione ricorda agli ucraini che la guerra non è un titolo nei notiziari: è il rumore che entra nelle case, il buio quando salta la corrente, il freddo che avanza mentre l’inverno si riaffaccia.

Mosca mira da tempo alle infrastrutture energetiche e civili per piegare il Paese, spegnerlo dall’interno, per trasformare la vita quotidiana in una lotta di resistenza. Colpire la luce, il riscaldamento, l’acqua significa colpire la speranza, costringere gli ucraini a pensare che non valga più la pena resistere. Ma, dopo quasi quattro anni, gli ucraini non si arrendono e continuano a combattere. Non solo al fronte, ma nelle città, riparando i cavi nella notte, nelle scuole, che riaprono nei sotterranei, nelle gambe e nell’anima dei volontari che portano generatori e coperte dove manca tutto.

Noi europei, ne sono convinto, dobbiamo sempre tenere presente che, nonostante a volte siamo abituati – o peggio, assuefatti – alle immagini del conflitto, l’Ucraina combatte anche per noi. La linea del fronte che attraversa il Donbass e il sud è una linea di difesa dell’ordine liberaldemocratico europeo: è lì che si decide se i confini possono essere cambiati con la forza o se la sovranità di uno Stato vale ancora qualcosa. Per questo, gli attacchi di queste ore non sono un fatto lontano: continuano a essere un test per l’Europa e per l’Occidente, chiamati a dimostrare un sostegno davvero concreto e duraturo, non solo nelle apprezzabili dichiarazioni di questo o quel leader.

Negli ultimi tre anni, gli ucraini hanno pagato un prezzo altissimo, con migliaia di soldati e civili uccisi e con città cancellate dalla cartina geografica. Eppure, il messaggio che arriva da Kyiv, da Kharkiv, da Odessa è sempre lo stesso: nessuna resa. La loro parola chiave è “libertà”: libertà di decidere il proprio futuro, le proprie alleanze, di parlare la propria lingua senza che questo diventi il pretesto per un’invasione.

Per l’Europa, soprattutto per l’Ue, sostenere l’Ucraina non è un gesto caritatevole, è un atto di interesse e di responsabilità. Investire nella Difesa e nella ricostruzione del Paese significa investire nella propria sicurezza, nella propria credibilità politica e in quella delle democrazie che si dicono pronte a difendere il diritto internazionale. Se lasciamo sola Kyiv dopo anni di promesse, in cosa potranno credere altri popoli minacciati, quelli che corrono il pericolo di essere “i prossimi”?

Mentre i droni russi cercano ancora una volta di spegnere le luci dell’Ucraina, milioni di persone si preparano a un quarto inverno di guerra. La loro resistenza non è un atto di eroismo astratto, ma la scelta di difendere la propria casa e, con essa, un’idea di Europa fondata sulla libertà e la democrazia. Sta a noi decidere se questa resistenza resterà un atto di coraggio isolato, buono solo per i libri di storia, o se diventerà davvero, come dovrebbe, la causa comune di tutto l’Occidente. Loro spengono le luci, noi continueremo ad accenderle.