“Basta curiosità!”: questo l’appello rivolto a giornalisti e blogger, da parte di un gruppo di sigle e associazioni della galassia LBGT+, impegnate anche nel tutelare dal punto di vista sociale, sanitario e umano le persone che vivono con Hiv. Basta, dunque, con le domande morbose e invadenti che, in prossimità del 1° dicembre, Giornata Mondiale contro l’HIV e l’AIDS, puntualmente vengono rivolte alle persone che vivono con HIV. Questa la richiesta formulata dalle associazioni – Milano Checkpoint ETS, ASA Milano ODV, Arcigay APS, Anlaids ETS, Arcobaleno AIDS ODV, Bergamo Fast Track City, Brescia Checkpoint ETS, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, CIG Arcigay Milano ONLUS, Checkpoint Plus Roma APS, Padova Checkpoint, Nadir ETS, e NPS Italia ONLUS – che denunciano una prassi mediatica che, pur dichiarando l’intenzione di “dare voce” e “combattere lo stigma”, finisce per fare esattamente il contrario.
“Che cosa hai fatto per infettarti”
“Come hai preso l’HIV?”, “Hai pianto alla diagnosi?”, “Come hai fatto a dirlo alla tua famiglia?”. Queste, secondo l’appello, sono le prime domande che arrivano, risultando “intime, invadenti, spesso morbose”. Una narrazione del passato contro la verità scientifica attuale. Il cuore della critica, infatti, è che tali quesiti non servono a spiegare l’HIV nella sua veste attuale, ma a “soddisfare una curiosità antica e colpevole: quella di sapere ‘che cosa hai fatto‘ per infettarti“. In questo modo, l’attenzione viene spostata dalla realtà del virus alla vita privata, e spesso stigmatizzata, di chi lo porta.
Il progresso scientifico, si legge nell’appello, ha reso l’HIV una condizione cronica gestibile. Le persone con HIV che seguono una terapia efficace non trasmettono il virus (secondo il principio scientifico universalmente accettato U=U, Undetectable = Untransmittable), possono avere figli, una vita sessuale piena, viaggiare e invecchiare in salute. “Chiedere ‘come l’hai preso’ significa ignorare tutto ciò che la scienza ha conquistato e che le persone con HIV hanno dovuto conquistare due volte: prima con il proprio corpo, poi con la propria voce,” spiegano i firmatari dell’appello ai media.
“Chiediamoci perché dopo 40 anni se ne parla poco e male”
Le associazioni chiedono, dunque, ai professionisti dei media di interrompere la narrazione del “pietismo televisivo” e di concentrarsi sui fatti essenziali che combattono lo stigma in modo efficace: ovvero, sul fatto che ‘HIV è una condizione cronica gestibil, poiché grazie alle terapie, la vita è piena e lunga. La prevenzione e la diagnosi precoce, inoltre, salvano vite.
La lotta allo stigma, insomma, è una questione di salute pubblica e di diritti umani. L’obiettivo finale – sottolineano le associazioni coinvolte – è quello di spostare il racconto dalla malattia alla salute, dalla colpa alla libertà e all’uguaglianza. Il giornalismo deve rispettare la privacy e la dignità delle persone, dando spazio alla scienza e al futuro: “Non chiedeteci come abbiamo preso l’HIV, chiediamoci piuttosto perché dopo quarant’anni se ne parla ancora troppo poco e spesso male”: questa la sintesi dell’appello.
Il 1° dicembre, concludono i firmatari, non deve essere la giornata del “come l’hai preso”, ma il giorno in cui si celebra la vittoria della scienza e si chiede alla società di vincere, finalmente, lo stigma. L’invito finale è a essere “coraggiosi e originali” e a non parlare di HIV solo il primo dicembre.
