Dopo la fastosa cerimonia di inaugurazione del Board of Peace, presieduta dal presidente americano Donald Trump, si sono svolti colloqui e dichiarazioni importanti per l’evoluzione del piano di pace. La Turchia ha ribadito la propria disponibilità a inviare truppe a Gaza da inserire nella futura forza di stabilizzazione, ma appare ovvio e certo il diniego di Israele alla partecipazione militare di Ankara nella Striscia, vista la profonda ostilità della Turchia di Erdoğan nei confronti dello Stato ebraico.
Molto rilevante è stato invece il colloquio tra il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar e la commissaria europea al Mediterraneo Dubravka Šuica, che ha ammesso come la ricostruzione di Gaza richieda il sostegno e l’appoggio politico di Israele, e quindi il disarmo di Hamas e la totale assenza dell’organizzazione terroristica da qualsiasi futura governance della Striscia. Può sembrare un concetto scontato, quasi elementare, ma così non è, viste le posizioni ambigue assunte in questi mesi dall’Onu e da alcune istituzioni europee, spesso più concentrate sugli equilibri diplomatici che sulla reale soluzione politica e di sicurezza di un futuro assetto di Gaza. La commissaria ha chiesto anche a Israele uno sforzo di collegialità con le varie istituzioni internazionali per arrivare a una situazione di pace, stabilità e ricostruzione attraverso una nuova Autorità palestinese, che dovrebbe nascere come risultato di questo sforzo collettivo; posizione condivisa anche dall’Associazione Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
Nel frattempo Hamas sembra non curarsi troppo di ciò che accade intorno. Secondo fonti della BBC, starebbe tenendo elezioni interne per nominare un nuovo leader ad interim per un anno. Le votazioni si svolgerebbero a Gaza, in Giudea e Samaria e in altri luoghi dove sono presenti membri del movimento, inclusa la Turchia. Tutto ciò stride con il piano in 20 punti che prevede il totale disarmo di Hamas e la rinuncia a qualsiasi ruolo politico nella Striscia. Hamas continua invece a giocare con l’ambiguità, dichiarando che qualsiasi accordo su Gaza debba partire dallo stop dell’aggressione israeliana e dal riconoscimento di nuove condizioni politiche sul terreno.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che solo il disarmo totale di Hamas consentirà il passaggio alla fase 2 del piano di pace americano. Trump ha dichiarato che Hamas verrà trattata duramente se non consegnerà le armi come previsto dagli accordi, e che Israele è pronto a chiudere militarmente la questione, soprattutto ora che la spada di Damocle degli ostaggi è venuta meno.
Il vero nodo resta però l’Iran. Hamas probabilmente cederà solo quando, e il momento sembra avvicinarsi, l’America colpirà il regime degli ayatollah. Se ciò porterà alla fine del regime iraniano o almeno a un suo grave indebolimento, si potrà assistere, a cascata, anche alla fine politica e militare di Hamas e alla possibilità concreta di una nuova fase per Gaza.
