Hezbollah non è morto. E questo, Israele e l’intelligence americana lo dicono da molto tempo. La decimazione delle alte sfere militari ha assestato un colpo durissimo al Partito di Dio. Ma dopo un anno di “cessate il fuoco” (che ha visto però continui raid delle Israel defense forces per evitare qualsiasi rinascita del movimento mietendo 370 vittime), Hezbollah continua a rappresentare una minaccia.
Hezbollah, il disarmo utopistico
La questione è stata più volte segnalata al governo di Beirut, che sa benissimo che il rischio di escalation è dietro l’angolo. Tuttavia, l’esecutivo guidato da Nawaf Salam, insieme al lavoro del presidente Joseph Aoun, non può adempiere al disarmo della milizia. Quantomeno non nei tempi richiesti da Israele e dagli Stati Uniti. Pensare che Hezbollah venga disarmato entro la fine di quest’anno appare a dir poco utopistico. I bombardamenti israeliani mietono vittime tra le forze sciite ma rischiano anche di ottenere un irrigidimento di tutta la politica libanese, che non può mostrare di coordinarsi apertamente con lo Stato ebraico mentre quest’ultimo colpisce sul territorio del Paese dei cedri. E in tutto questo, Hezbollah continua a essere un enorme punto interrogativo strategico. Meno forte di prima ma ancora vivo, il movimento sciita ora sa di non avere le stesse capacità di rifornimento di prima. Però, nonostante la fine del regime di Bashar al Assad in Siria e con un Iran indebolito e fiaccato dalle sanzioni, la milizia continua a ricevere aiuti. Il Wall Street Journal ha rivelato che un canale di questo finanziamento arriverebbe anche tramite gli Emirati Arabi Uniti. Una triangolazione che vede Dubai come il centro di un nuovo e imponente flusso di denaro.
I finanziamenti da Dubai
Secondo le fonti dell’intelligence sentite dal quotidiano americano, l’Iran, solo nell’ultimo anno, ha inviato a Hezbollah centinaia di milioni di dollari tramite varie attività finanziarie con sede nella città sul Golfo Persico. E tra la chiusura delle rotte siriane e il controllo israeliano sui voli per l’aeroporto di Beirut, Teheran ha dovuto ampliare la sua rete di finanziamenti anche attraverso altri Paesi. Uno è proprio Dubai, che per molto tempo è stato usato dagli iraniani come centro di riciclaggio di denaro e come valvola per spedire soldi al Partito di Dio. E in gran parte, ha spiegato il Wsj, questo denaro proveniva dai profitti dell’esportazione di petrolio e veniva spedito in Libano attraverso la Hawala, il sistema utilizzato nei Paesi islamici per spedire soldi su base fiduciaria e senza usare le banche come intermediarie. Gli Emirati sono in prima linea nella lotta a questo tipo di transazioni.
Il grattacapo politico e militare
Questo è quello che hanno spiegato i funzionari locali al quotidiano statunitense. Ma questa nuova rivelazione è il segnale di come gli occhi israeliani e statunitensi siano sempre più concentrati sulle attività di Hezbollah. In Libano, dove è atteso l’arrivo di Papa Leone XIV per una visita che ha un enorme valore spirituale e politico, l’incubo di una nuova guerra è dietro l’angolo. I bombardamenti dell’Idf si sono intensificati, soprattutto nel sud, ma hanno raggiunto di recente di nuovo Beirut. E per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, la questione settentrionale continuano a essere un grattacapo politico e militare. Il nord ha subito lo sfollamento di decine di migliaia di persone durante la guerra con Hezbollah. L’esercito continua a esercitarsi anche su quel fronte nonostante si stia incendiando di nuovo anche la Cisgiordania. E poco più a est, al di là delle Alture del Golan, si temono anche nuove fiammate sul lato siriano.
Nell’ultima operazione israeliana nella zona di Beit Jinn, poco più a sud di Damasco, sono morte 13 persone, tra cui diversi civili. Il raid è avvenuto con un’incursione di terra unita a bombardamenti di artiglieria e aerei. Sei soldati dell’Idf sono rimasti feriti. E a quasi un anno dal rovesciamento di Assad, l’operazione israeliana in Siria conferma che la partita non è ancora chiusa. Ed è stato un avvertimento anche per il nuovo leader, Ahmed al-Sharaa, accolto di recente a Washington ma non apprezzato dagli strateghi israeliani.
