“Siamo tutti cinesi”. È questo il messaggio inserito nell’Automatic identification system (Ais) di molte navi che cercano di forzare il blocco iraniano allo Stretto di Hormuz. Sembra che Pechino abbia raggiunto un accordo con Teheran per far passare incolumi le proprie navi. Così, altri Paesi, ritenuti ostili al regime, usano questo escamotage convinti di farla franca. Ieri però non è andata bene per la liberiana “Express Room” e la thailandese “Mayuree Naree”, entrambe colpite dai Pasdaran che hanno rivendicato l’attacco.
La tattica di combattimento sta emergendo in tutta la sua semplicità. Le Guardie rivoluzionarie ricorrono a Uncrewed surface vehicle (Usv), pilotati dalla terraferma. Si tratta di droni navali, in grado di raggiungere in pochi minuti l’obiettivo, farsi esplodere come dei kamikaze, oppure piazzare mine sotto la linea di galleggiamento. I target hanno poche possibilità di difesa. Lo spazio di manovra è ridotto. Lo Stretto è largo poco meno di 40 chilometri, le corsie a disposizione delle petroliere sono due e di circa 3 chilometri ciascuna. Si tratta di pachidermi galleggianti impossibilitati a far nulla di fronte allo sciame di fuoco dispiegato dal nemico.
Contro quest’altra guerra asimmetrica, il Pentagono sta elaborando una nuova architettura operativa basata sul concetto di “manned-unmanned teaming”, cioè l’integrazione tra navi con equipaggio e flotte di droni autonomi. Altrettanto prezioso è il contributo esterno. Gli ucraini, già essenziali nello spiegare come intercettare i droni Shahed, possono tornare ancora una volta in soccorso del loro burbero amico di Washington. In questi quattro anni, i loro droni del mare hanno messo in seria difficoltà la flotta russa del Mar Nero. Alla consulenza di Kyiv, fa da spalla la coalizione di alleati degli Usa, composta per prima cosa da Italia, Regno Unito, Francia, Germania, ma anche dall’infida Spagna. In realtà, nessuno di questi Paesi ha ancora mosso un dito. Tuttavia, le competenze le hanno. Specie le nostre fregate, equipaggiate di sistemi Aster e radar Aesa, sono considerate molto efficaci contro minacce asimmetriche e nella protezione dei convogli. La Royal Navy possiede una lunga esperienza nella sorveglianza marittima avanzata e nei sistemi di guerra elettronica. I Paesi del Golfo hanno un interesse diretto alla sicurezza delle rotte locali, quindi collaborano con gli Stati Uniti attraverso reti di sensori costieri, radar e sistemi di sorveglianza. Infine, il Bahrein ospita il quartier generale della Quinta Flotta.
Tuttavia, c’è un elemento da non trascurare. Non è necessario affondare molte navi per paralizzare Hormuz. Bastano pochi attacchi riusciti e così spaventare le compagnie assicurative, che aumentano i premi o sospendono la copertura. È il capitalismo a essere sotto attacco.
Lo confermano i mercati. Il Brent è tornato al rialzo. Sopra i 90 dollari al barile. Alla minaccia iraniana, che mira ad arrivare ai 200 dollari al barile, è seguita la risposta dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) di un rilascio di 400 milioni di barili di petrolio. Il precedente intervento, all’inizio della guerra in Ucraina, era di 182 milioni di barili di greggio. Si cerca di contenere i danni. Tuttavia, da un lato, Giappone e Germania sono già pronte a mettere mano alle proprie riserve strategiche. Dall’altro, i paesi del Golfo stanno bloccando la produzione. Il discorso è uguale per il gas. Ad Amsterdam il Ttf è andato oltre i 50 euro megawattora. Gli operatori stanno sul “chi vive”. È evidente la prospettiva di una nuova crisi come quella del 2021/2022. Un episodio di cui si è fatta esperienza. Ma solo sulla carta. Non c’è stato tempo e forse non abbastanza buona volontà per metterla in pratica e svincolarsi anche dai fornitori del Golfo.
