I bambini di Gaza e la guerra di Hamas, Mattarella sa chi non vuole la pace?

Messaggio di fine anno del Presidente della repubblica Sergio Mattarella a Roma, Italia 31 dicembre 2025 foto frame tv/LaPresse

Non era imprevedibile che il Presidente della Repubblica, nel suo discorso di fine anno, facesse riferimento alla guerra di Gaza e alla situazione della popolazione palestinese. Neppure era imprevedibile che, nel deplorare la condizione derelitta e di sofferenza dei bambini tragicamente coinvolti in scenari di conflitto, Sergio Mattarella si riferisse a quelli esposti alle avversità nella Striscia (in Sudan, nello Yemen, in Nigeria ci sono meno cellulari mobilitati a documentare le tragedie dell’infanzia, e quassù da noi c’è poco interesse per le crisi umanitarie difficilmente addebitabili a Israele).

C’era tuttavia – lo diciamo con tutto il rispetto dovuto – qualcos’altro di meno congruo nel discorso presidenziale. Ci riferiamo al tratto in cui Sergio Mattarella argomentava che i neonati muoiono di freddo a Gaza a causa dell’“incomprensibile e ripugnante” rifiuto della pace da parte di chi “si sente più forte”. Crediamo di non fare un torto alle intenzioni del Capo dello Stato se immaginiamo che si riferisse a Israele.

Ed è qui che la nobile preoccupazione per la sorte di quei piccoli si scolla dalla realtà delle cose, aderendo in modo discutibile a quell’incolpazione neppure troppo sottotraccia. Qualunque cosa si pensi della guerra di Gaza, infatti, qualunque cosa si pensi delle relative responsabilità, è certo che ad opporsi alle ragioni della pace è innanzitutto chi quella guerra ha scatenato. E le vittime di questa avversione alla pace sono ancora una volta proprio i civili, e in particolare i bambini, che le dirigenze terroristiche palestinesi hanno sempre rivendicato di usare come “attrezzi”. Attrezzi perfettamente funzionanti sia in siccità, sia nel vento e sotto la pioggia.

La pace significherebbe l’impossibilità di adibire quei bambini all’uso che Hamas ne ha sempre fatto e continua a farne. Hamas non cede le armi perché cederle significa rinunciare all’uso di quella più potente, vale a dire la bomba umanitaria che, a seconda delle stagioni, assume il codice della carestia o dell’assideramento per finire sulle prime pagine dei giornali e nelle pieghe più appassionate dei discorsi presidenziali.

Se ne fosse cominciata l’attuazione, il piano di pace per Gaza approvato ormai parecchie settimane fa non avrebbe fatto smettere di piovere, ovvio. Ma è un dato abbastanza inoppugnabile che contro l’attuazione di quel piano s’è registrato un continuo lavorìo di svuotamento e delegittimazione, quando non di aperta avversione. Con Hamas a compiacersene, e con quei bambini a soffrirne ulteriormente.

È possibile – se si vuole – far finta che non sia così. Ma resta così. È possibile far finta che quel piano non prevedesse ciò che invece molto chiaramente prevedeva, cioè uno sviluppo e un consolidamento del canale umanitario proprio nel quadro della smilitarizzazione della Striscia e della distruzione delle capacità offensive delle formazioni terroristiche che ancora la assediano. Fare finta che non sia così aiuta ad allestire e a pronunciare un commosso discorso di Capodanno, ma non aiuta a risolvere nulla e non migliora la sorte di quei bambini.