Askatasuna non è un mistero. È una realtà trentennale. Chi oggi finge di non conoscerne la natura, la storia, la piattaforma politica, o si è addormentato trent’anni fa e si è risvegliato ieri mattina oppure è semplicemente un ipocrita. O peggio: fa il gioco di una zona grigia che da decenni protegge, assolve, giustifica.
Che la manifestazione del 31 gennaio sarebbe finita con un tentativo di riprendersi lo stabile occupato era chiaro a tutti. Annunciato, ripetuto, rivendicato. I capi storici del centro sociale — uno dei quali oggi ai domiciliari dopo una condanna definitiva — l’avevano detto in radio: «Porteremo la Val Susa a Torino». Traduzione: porteremo le pratiche di guerriglia urbana nel cuore della città. Altro che sorpresa. E allora stupisce, e irrita, che forze politiche e sindacali — parlo di esponenti di AVS, Movimento 5 Stelle, pezzi della Cgil — facciano finta di non sapere. Fingano di non aver capito. Fingano, ancora una volta, di non vedere i segnali: il manifesto “Torino partigiana” firmato da ZeroCalcare, l’estetica incassata e torva che ogni volta accompagna questo universo, il messaggio politico inequivocabile.
Oggi si moltiplicano idee improvvisate: fermi preventivi, indennizzi di piazza, nuove fattispecie penali. Io ho una cultura liberale e garantista. E dico: è una scorciatoia illiberale e fallimentare. Il diritto penale non serve a mandare segnali politici né a placare la pancia dell’opinione pubblica. Non funziona così. Siamo (dovremmo essere) un paese liberale e democratico: la bussola è semplice, e si chiama Stato di diritto. Gli strumenti già esistono. Il nodo è che non vengono applicati per paura del rumore politico.
La manifestazione andava evitata
In un Paese normale, una manifestazione annunciata come quella del 31 gennaio — con un centro sociale che occupa l’atrio di Palazzo Nuovo per allestire il dormitorio dei militanti arrivati da fuori, trasformandolo nell’hub operativo della piazza violenta — sarebbe stata vietata. Da noi prima si concede con generosità, poi si ha la tendenza a reprimere tanto duramente quanto tardivamente. Il risultato è un paradosso: abbiamo norme a iosa, ma non abbiamo il coraggio di usarle. ll Daspo urbano esiste: basta applicarlo, non reinventare giri di vite a ogni stagione come panacea immaginaria.
Torino, d’altronde, è sempre stata un laboratorio politico. Lo è anche oggi. Ma è un laboratorio fuori controllo. Qui si incrociano fenomeni che altrove restano separati: radicalismo islamista e antagonismo dei centri sociali. Non ho prove definitive — lo dico con chiarezza — ma il sospetto che si stia costruendo una saldatura tra frange islamiste radicalizzate e il mondo antagonista è crescente. E inquietante. Io, a sinistra, sono stato l’unico — dagli anni Duemila — a chiedere lo sgombero di Askatasuna. E l’ho pagata cara. Perché Askatasuna ha goduto e gode tuttora di protezioni a più livelli. Non ci si dimentichi le polemiche furibonde che colpirono il procuratore Giancarlo Caselli quando iniziò a perseguire seriamente le violenze No Tav: accusato da una parte della magistratura, contestato in ogni presentazione pubblica, attaccato da frange antagoniste che lo seguivano ovunque. Anche i magistrati del pool — Antonio Rinaudo, Andrea Padalino — hanno pagato un prezzo elevato per aver fatto il loro dovere.
E se questo Paese vuole davvero uscire dalla spirale dell’ambiguità, deve fare una scelta di maturità democratica: applicare le leggi, senza inventarne altre. Difendere i diritti di tutti, inclusi quelli degli indagati — che restano innocenti fino a prova contraria — e nello stesso tempo impedire che decenni di illegalità diventino costume civile.
